Artrite reumatoide, presto la cura anche per i casi difficili

08 luglio 2011
Interviste

Artrite reumatoide, presto la cura anche per i casi difficili



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Per combattere e "spegnere" l'artrite reumatoide è importante giocare di anticipo quando l'infiammazione che colpisce le articolazioni non è ancora divenuta cronica. Purtroppo, esiste una parte di pazienti che, a meno di un trattamento nelle fasi iniziali, non trae giovamento dalle terapie esistenti. Ma, come spiega il professor Gianfranco Ferraccioli, docente di reumatologia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, è allo studio un nuovo approccio terapeutico.

Che cos'è l'artrite reumatoide?
È una malattia infiammatoria cronica autoimmune che ha come bersaglio elettivo le articolazioni piccole e grandi, ma che colpisce, con lo stato infiammatorio sistemico, organi e apparati. Il principale bersaglio extra articolare è l'apparato vascolare su cui la malattia si esprime in quella che viene chiamata aterosclerosi accelerata.

Quali sono i sintomi che devono destare sospetti?
I sintomi iniziali sono il dolore in una o più articolazioni, piccole (delle mani o dei piedi) o grandi (ginocchia, gomiti, spalle etc.), con rigidità al movimento ad inizio giornata. Il paziente avverte un qualcosa che non conosceva prima, un impaccio che impedisce di svolgere la sua attività quotidiana compromettendo la sua attività lavorativa. La disabilità conseguente è il problema classico che accompagna la forma morbosa. Quando si ha dolore o gonfiore in una o più articolazioni, che persistono per più di sei settimane deve nascere il sospetto di malattia cronica infiammatoria autoimmune

Quali esami o test bisogna fare per avere una diagnosi?
Si deve iniziare quello che si definisce algoritmo diagnostico, richiedendo esami del sangue per verificare se ci sono i segni dell'infiammazione, che sono la Ves, la Pcr, e l'emocromo, o esami per capire se ci sono i segni della autoimmunità,in particolare il Fattore reumatoide, gli anticorpi anti peptidi citrullinati-antiCCP, gli anticorpi antinucleo-Ana. A scatenare l'artrite reumatoide è una infiammazione che inizia con caratteri acuti ma che poi diviene cronica. È la fase di passaggio il momento critico ed è per questo che tanto più la diagnosi è precoce tanto più saremo vicini alla fase di passaggio e dunque alla possibilità di mettere il silenziatore alla malattia.

Ci sono fattori di rischio su cui poter intervenire?
Sì, vi sono importanti fattori di rischio, alcuni non modificabili, legati a una predisposizione genetica, e altri modificabili come il fumo e l'obesità. È ormai acclarato che il fumo è il principale fattore che, in un contesto genetico definito, favorisce e scatena la comparsa di autoanticorpi. È stato anche dimostrato che è anche il principale fattore che ostacola la remissione sotto terapia. Dunque il messaggio chiaro è: non fumare o smettere di fumare.

In che cosa consiste la terapia?
La cura dell'artrite passa su due fronti, togliere il dolore e per questo si usano i farmaci antinfiammatori non steroidei, e trattare l'infiammazione cronica autoimmune con farmaci come methorexate, leflunomide, clorochina, salazopirina o altri. Questi farmaci se utilizzati precocemente danni grandi risultati. Quando con questi farmaci non si ottiene in tre mesi un risultato apprezzabile, bisogna pensare a una resistenza e si dovranno pertanto inserire i farmaci biologici che bloccano le molecole responsabili dell'infiammazione. L'obiettivo della terapia è la remissione per mantenere la capacità lavorativa.

Ci sono pazienti che non rispondono alle cure?
Sì, purtroppo esistono casi molto resistenti, per fortuna sono una minoranza, ma richiedono procedure molto particolari. Nel nostro centro effettuiamo, quando necessario, una biopsia sinoviale per studiare le cellule che infiltrano il tessuto. Queste cellule, messe opportunamente in coltura, vengono studiate per cercare quali molecole sono sintetizzate e definire quindi le molecole da colpire, perché un errore che non dovremo commettere è quello di cambiare disordinatamente i farmaci nei pazienti resistenti.

Ci sono prospettive di cura per questi pazienti?
Sì ci sono perché stiamo già effettuando studi con farmaci che, pur essendo molecole chimiche, cioè non farmaci biologici, hanno un bersaglio d'azione intracellulare, e questo si esprime su fattori di trascrizione che agiscono sulle primissime fasi della attivazione infiammatoria. Questi farmaci sono quelli più avanzati come meccanismo d'azione, sono quelli che si candidano a essere i più adatti per spegnere le forme più resistenti. Ribadisco, è molto probabile che la identificazione di biomarcatori possa rendere anche questi casi sempre più rari perchè, trattandoli sin dalle fasi iniziali, si dovrebbero spegnere.

Simona Zazzetta


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