Dieta mediterranea, troppo costosa in tempi di crisi

12 dicembre 2012
Focus

Dieta mediterranea, troppo costosa in tempi di crisi



dieta mediterranea, reddito, crisi economica


In tempo di crisi economica anche l'alimentazione degli italiani rischia di risentirne, in negativo, sulla qualità, al punto che anche la stessa dieta mediterranea viene seguita meno nelle famiglia con difficoltà economiche. Il dato allarmante, considerando gli effetti protettivi sulla salute di questo regime alimentare, è emerso da uno studio pubblicato sulla rivista British medical journal dal team di studiosi dei Laboratori di ricerca della Fondazione Giovanni Paolo II- Università Cattolica di Campobasso.

L'attenzione dei ricercatori, in realtà, era inizialmente rivolta all'obesità: «La nostra ipotesi è partita da una constatazione piuttosto semplice» - spiega Marialaura Bonaccio, primo autore dello studio «e cioè l'idea che il rincaro dei prezzi dei prodotti alimentari e l'impoverimento progressivo della popolazione potessero spiegare il dilagante fenomeno di obesità che negli ultimi anni sta interessando soprattutto i Paesi del Mediterraneo, Italia su tutti». Al vaglio degli studiosi le informazioni su oltre 13mila persone, un sottocampione del più ampio progetto epidemiologico Moli-sani che dal 2005 ha reclutato circa 25mila cittadini della regione Molise, con lo scopo di esaminare le interazioni genetiche e ambientali nell'insorgenza delle principali patologie. Gli autori dello studio hanno messo in relazione il reddito dei partecipanti con le loro abitudini alimentari, valutate secondo dei veri e propri punteggi (score) di adesione alla dieta mediterranea. «È emerso che le persone con un reddito basso seguono significativamente meno la dieta mediterranea rispetto invece a coloro che hanno una maggiore disponibilità economica» dice Licia Iacoviello, responsabile del Progetto Moli-sani «Più in particolare, le persone con alto reddito hanno il 72% di possibilità in più di situarsi nella fascia alta di adesione alla dieta mediterranea». Tutto questo si traduce, per i meno abbienti, in un'alimentazione meno sana, fatta magari di cibi preconfezionati, più economici di quelli freschi tipici della tradizione italiana. E nelle persone con basso reddito questo porta a una prevalenza di obesità notevolmente più alta rispetto alle fasce benestanti. Tra i meno agiati, infatti, i problemi di peso riguardano il 36%, mentre osserviamo un più rassicurante 20 percento tra coloro che hanno maggiori risorse economiche.

Gli autori dunque si sono accorti che il ruolo del reddito è risultato davvero impressionante: «Abbiamo considerato altri possibili fattori "confondenti" come si dice in gergo» spiegano «elementi, cioè, che potrebbero confondere il dato osservato. Così nelle nostre analisi abbiamo diviso ulteriormente la popolazione secondo il livello di istruzione ma anche in questo caso è il reddito a influenzare in maniera decisiva le scelte alimentari». Le fasce di reddito considerate non sono poi così diverse tra loro: si tratta di un range economico che va dai 10mila a oltre 40mila euro di reddito netto all'anno. Eppure, anche per gruppi tutto sommato omogenei, si riscontrano differenze sostanziali nelle abitudini alimentari e quindi di salute. «Si tratta di un problema molto serio» commenta Giovanni de Gaetano direttore dei Laboratori di ricerca della Fondazione di Campobasso «che deve far riflettere non solo noi scienziati, ma soprattutto coloro che devono garantire il diritto alla salute per tutti i cittadini, indipendentemente dallo stato sociale ed economico. Accumulare prove a sostegno dei benefici della dieta mediterranea non basta più ormai. Dobbiamo assicurarci che tutti possano effettivamente seguirla». La dieta mediterranea riscuote successi e riconoscimenti a tutti livelli: dall'Unesco, che le ha conferito il titolo di patrimonio immateriale dell'umanità, ai numerosi appuntamenti più o meno mondani che si svolgono a ogni latitudine del globo e che ribadiscono il suo ruolo protettivo contro le malattie più temibili del nostro tempo, come quelle cardiovascolari e i tumori. Preoccupante pensare che laddove è nata non venga utilizzata in modo adeguato.


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