Disturbi mentali: allarme tra i giovanissimi

05 novembre 2013
Interviste

Disturbi mentali: allarme tra i giovanissimi



disturbi mentali


La sfida medica del ventunesimo secolo? Non ha dubbi Claudio Mencacci: «Il tema della salute mentale». E non tanto perché Mencacci è il presidente della Società italiana di psichiatria, quanto perché c'è un dato preoccupante che va analizzato: «Quasi il 50 per cento di tutti i disturbi psichici compare in adolescenza. E il 75 per cento entro i 25 anni. Ma noi non abbiamo ancora un sistema di riconoscimento e di diagnosi precoce che ci consenta di intervenire così come è successo per l'oncologia o altri settori medici. E si parla di disturbi gravi, disturbi bipolari, schizofrenia, depressioni maggiori, disturbi di panico, abuso di alcol... Compaiono tutti in adolescenza».

C'è da avere paura...
«No, non dobbiamo spaventarci. Una volta quando non esistevano i riscaldamenti ci si ammalava di malattie legate al freddo: bronchite e patologie broncopolmonari erano all'ordine del giorno. Oggi non è più così. Il problema di oggi è il cervello e la sua necessità di adattarsi ai cambiamenti, dobbiamo prenderne atto. Oggi ci viene richiesto di adattarci rapidamente, anche se le sofferenze sono sempre le stesse, il dolore dell'abbandono, quello del mancato aiuto... ma le soluzioni che vengono richieste sono molto più diversificate rispetto al passato».

La diffusione dei disturbi psichici in età adolescenziale è un dato nuovo?
«C'è stata un'accentuazione negli ultimi decenni. Intanto più passa il tempo più ci accorgiamo che la maggioranza di queste patologie ha una componente biologica ereditaria molto importante. Ci sono già delle vulnerabilità familiari. È aumentata l'attenzione alla ricerca sui nove mesi della gravidanza e quindi l'attenzione a tutti i fattori che interagiscono con l'ambiente fetale. Così oggi ne sappiamo decisamente di più su cosa significa per una donna essere sottoposta a stress, o a un'ansia grave, o a una violenza. Eventi come questi influenzano anche geneticamente il feto e predispongono allo sviluppo anche di patologie biologiche come diabete e ipertensione nel futuro prossimo del nascituro».

Ma poi c'è anche l'ambiente nel quale viviamo.
«Certo. A questo si aggiunge la trasformazione, la rapida trasformazione direi, di un ambiente dove tendenzialmente si dorme meno, si consumano più sostanze stimolanti come caffeina e nicotina, si consumano più sostante tossiche per gli adolescenti e i bambini come l'alcol e successivamente sostanze stupefacenti».

Quali sono i disturbi "moderni"?
«Quelle che noi chiamiamo le dipendenze senza sostanze. La più comune è la dipendenza da social network, da cellulare, da computer. Poi c'è ne sono di più gravi come lo shopping compulsivo o il gioco d'azzardo patologico. Ma le potrei parlare anche di tutte quelle che si collegano ai disturbi del comportamento alimentare: c'è la vigoressia, ovvero quelli che hanno atteggiamento da superpalestrati; c'è l'ortolessia, ovvero se il peperone o il pomodoro non sono a chilometro zero non si può mangiare».

Sinceramente non mi sembrano "cose da pazzi"...
«È vero. Ma c'è un elenco molto lungo di comportamenti che possono essere al confine tra il normale e il patologico. Ed è compito dello psichiatra individuare quando e come un comportamento normale si trasforma in patologico. Un altro esempio è la tanoressia: è il comportamento di chi soffre se non fa tutti i giorni una lampada per essere sempre abbronzato. L'abbronzatura piace a tutti, come è piacevole mangiare sano ma se questi comportamenti diventano ossessivi allora diventano patologia. Il passaggio del confine tra normale e patologico è determinato dall'intensità e dalla durata della sofferenza indotta dalla mancata attuazione di un certo comportamento».

La "modernità" è quindi il pericolo?
«La modernità amplifica i tempi. Ora sono accelerati. Basta pensare al fatto che una volta c'erano italiani che non vedevano il mare per tutta la vita. Oggi cambiamo fuso orario come fosse una cosa normale. Lo stesso se pensa al cambio delle abitudini alimentari: l'abitudine a cibi etnici di cui una volta non si conosceva nemmeno l'esistenza. Tutto influisce. L'interazione tra vulnerabilità con caratteristiche di familiarità quindi anche di genetica interagiscono con un ambiente che si sta modificando in modo rapido. E l'ambiente pesa molto: diciamo l'80 per cento. Pensi a tutte le accelerazioni nel settore delle tecnologie. L'offerta il gioco d'azzardo, per esempio, le slot machine sono ovunque. C'è stato un incremento in termini quantitativo che deve essere correlato con l'evoluzione cerebrale».

È questa la chiave con la quale dobbiamo leggere l'aumento dei disordini psichiatrici?
«È la chiave con cui noi cerchiamo di rileggere una serie di condizioni, di punte molte alte di sofferenza, soprattutto nel tema dell'anoressia. Ma più che di anoressia direi che oggi è la bulimia il vero problema: il cosiddetto binge eating o meglio ancora il night binge eating. Questi sono i disturbi alimentari che si stanno differenziando da quelli classici che conosciamo meglio perché ci lavoriamo da molto tempo ormai».

Proviamo a dare dei consigli ai genitori: quando deve scattare il campanello d'allarme? Quali sono i sintomi che devono cogliere per intervenire?
«Innanzi tutto non devono mai dare per scontato che il periodo dell'adolescenza sia un periodo per sua natura caratterizzato da cambi di umore, da malumore, irritabilità, irascibilità... Non devono mai pensare che quegli stati d'animo siano qualcosa di inevitabile. Attenzione a quei segnali che si manifestano nell'infanzia, come una grande ansietà, paura della separazione, dei distacchi, difficoltà a dormire la notte. Altro sintomo: l'impulsività. La tendenza a essere troppo impulsivo e a rischio di ridurre la percezione di pericolo. Un segnale indiscutibile è il cambio di atteggiamento umorale: da socievole a introverso. La cartina tornasole della relazione con gli altri non sbaglia quasi mai. Quando questa è eccessivamente chiusa e introversa è meglio ascoltarla e non avere paura di ricorrere al parere dello specialista».


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