Farmaci: scegliere quelli giusti per i più piccoli

16 giugno 2014
Interviste

Farmaci: scegliere quelli giusti per i più piccoli



pediatria; farmaci; bambini


I bambini non sono adulti in miniatura. Lo ripetono gli esperti di moltissimi settori e anche l'uso dei farmaci non fa eccezione: per somministrare in modo corretto un farmaco ai più piccoli non basta infatti ridurre le dosi dei farmaci utilizzati per gli adulti. Occorrono attenzioni specifiche e una sensibilizzazione di tutti, genitori compresi, a non affidarsi al "fai da te" che potrebbe rivelarsi davvero pericoloso per la salute. Per cercare di fare chiarezza su questa situazione tanto complicata, l'Agenzia Italiana del farmaco (Aifa) ha lanciato la campagna di comunicazione Farmaci e Pediatria che ci viene descritta più in dettaglio da Luca Pani, Direttore Generale Aifa.

Dove nasce l'esigenza di una campagna di informazione sull'uso dei farmaci in pediatria?
«C'è l'esigenza di proporre a bambini, lattanti e adolescenti dei farmaci "su misura" per loro: in queste fasce di età servono infatti approcci terapeutici specifici e personalizzati. E la nostra campagna di comunicazione nasce proprio per sensibilizzare rispetto a questa esigenza. Si tratta di un progetto scientifico e sociale di grande rilevanza che punta a diffondere informazioni corrette sull'impiego dei farmaci in questa popolazione tanto delicata quanto importante.
Non dimentichiamo che i dati della letteratura internazionale ci dicono che circa il 70 per cento dei medicinali utilizzati in età pediatrica è testato solo sugli adulti: ciò significa che i farmaci somministrati agli under 18 sono, in due casi su tre, utilizzati al di fuori delle indicazioni autorizzate (il cosiddetto uso off label).
Da qui un'altra necessità, sostenuta nella campagna Aifa: effettuare un maggior numero di studi clinici in ambito pediatrico. E la responsabilizzazione dei piccoli pazienti è un elemento fondamentale per il raggiungimento di questo secondo obiettivo».

A chi si rivolge la campagna e come è strutturata?
«La campagna di comunicazione si rivolge sia alla popolazione generale, con particolare riguardo alle giovani famiglie e alle mamme, coinvolte più di chiunque altro nella cura dei bambini e degli adolescenti e quindi principali responsabili della somministrazione di farmaci all'interno del nucleo familiare, sia agli operatori sanitari. Si articola in uno spot televisivo e radiofonico, pubblicità dinamica urbana, affissioni, campagna stampa sui maggiori organi di informazione quotidiani e periodici della carta stampata strumenti informativi web e azioni di sensibilizzazione sui social media. In particolare lo spot ha l'intento di scoraggiare i genitori a "sperimentare" farmaci ideati e sviluppati per organismi adulti sui loro figli, somministrandoli senza il consenso e il controllo del pediatra e con dosi e durata delle terapie approssimativi. La campagna insiste inoltre sulla necessità di una maggiore partecipazione di queste tre popolazioni "speciali" alle sperimentazioni cliniche, per avere finalmente a disposizione farmaci sicuri e testati».

Perché ci sono così pochi studi clinici sui farmaci che coinvolgono i bambini?
«Secondo un rapporto presentato dall'Ema (Agenzia europea dei medicinali), le sperimentazioni cliniche in pediatria sono passate dal 7,4 per cento (sul totale delle sperimentazioni) del 2007 al 9,9 per cento del 2011. Ciò dimostra che la strada per offrire ai minori dei farmaci studiati per le loro esigenze e peculiarità biologiche è ancora molto lunga. Lo scarso numero di studi clinici sulle popolazioni pediatriche è talvolta legato a fattori di tipo economico: tra gli 0 e i 18 anni si rintracciano infatti almeno tre diverse sotto-popolazioni (neonati, bambini e adolescenti) che presentano caratteristiche biologiche e metaboliche particolari e molto diverse fra loro. La ricerca quindi, per essere efficace, dovrebbe essere condotta su diverse sotto-classi, con un notevole aumento dei costi.
Ci sono poi anche freni di tipo etico, un forte pregiudizio che impedisce spesso di esporre i bambini alle sperimentazioni cliniche, anche se, in realtà, questo va a ledere i loro stessi interessi, perché rende impossibile sviluppare farmaci adatti alle loro specifiche esigenze».

Quali sono i messaggi chiave che la campagna promuove?
«I messaggi che la Campagna propone al pubblico sono tre:
• Bambini e adolescenti non sono adulti in miniatura - "Non dare loro i tuoi farmaci"
• Lattanti e adolescenti: età diverse, farmaci e dosi diversi - "Per la loro salute... il senso della misura non basta"
• "Voglio farmaci adatti a me. Studi clinici? OK!"».

Quali sono gli errori più comuni che i genitori compiono nel somministrare i farmaci ai loro figli? Quali i rischi collegati a questi errori? Che fare per evitarli?
«Un bambino non può essere equiparato a un adulto nella risposta al trattamento farmacologico. Quando si somministrano farmaci ai bambini, l'errore che si commette più spesso è ridurre arbitrariamente le dosi di un medicinale comunemente utilizzato per adulti, "aggiustandole" in base al peso corporeo e all'età del bambino.
Ma il genitore e il medico devono essere consapevoli dei rischi che comporta somministrare un farmaco con dosaggi, indicazioni e formulazioni non approvati specificamente per l'età pediatrica.

A conferma di quanto detto, ricordo che dal luglio 2012 a oggi in Italia sono state registrate 4.700 segnalazioni di sospette reazioni avverse ai farmaci nelle classi di età pediatrica. Ma c'è di più: secondo uno studio inglese le reazioni avverse ai farmaci utilizzati fuori dalle indicazioni autorizzate nei bambini raddoppiano, arrivando al 12,4 per cento, rispetto a quelle per farmaci utilizzati secondo le indicazioni che si fermano a quota 6,2 per cento. Nel trattare i più piccoli il ruolo del pediatra è fondamentale: è importante rivolgersi allo specialista piuttosto che affidarsi al "fai da te" e non somministrare ai propri figli farmaci con dosi e durata delle terapie approssimativi».


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