Lavoro e famiglia: conciliarli è ancora troppo difficile

26 ottobre 2015
Focus

Lavoro e famiglia: conciliarli è ancora troppo difficile



famiglia o carriera mamma neonato


Avere un figlio si sta trasformando in una vera e propria sfida per molte coppie nelle quali entrambi i partner lavorano. Mancano le strutture di accoglienza per la prima infanzia (e spesso, quando ci sono, sono troppo costose) e manca la flessibilità sul lavoro che permetterebbe a tante mamme di prendersi cura del proprio figlio senza dover rinunciare alla propria indipendenza lavorativa. E anche se l'Italia non è certo in cima alla classifica dei paesi che aiutano i neo-genitori, conciliare lavoro e famiglia non è un problema solo del Bel Paese.
Un recente articolo pubblicato sulla rivista Women's health issues mette in luce per esempio che negli Stati Uniti meno della metà delle mamme che decidono di tornare al lavoro dopo la gravidanza continuando ad allattare al seno ha a disposizione spazi adatti per poter raccogliere il latte da dare al piccolo. «I benefici dell'allattamento al seno sono ben documentati, ma sfortunatamente molte neo-mamme che decidono di tornare al lavoro trovano ostacoli logistici che impediscono loro di portare avanti l'allattamento afferma Katy Kozhimannil, professore associato alla School of public health dall'Università del Minnesota, e prima autrice dell'articolo.

Il decreto legislativo n. 151 del 26 marzo 2001, cosiddetto Testo Unico maternitaÌ/paternitaÌ stabilisce le regole relative ai permessi e i congedi per tutelare la maternità (e la paternità) per i lavoratori italiani. Sul sito dell'Istituto nazionale previdenza sociale (Inps) sono disponibili tutti i dettagli relativi alle diverse categorie di lavoro e alle modalità con le quali i servizi vengono erogati, ma vale la pena ricordare alcuni semplici diritti di base di chi lavora ed è in attesa di un figlio o è appena diventato genitore.:

- Durante il periodo della gravidanza e immediatamente dopo la nascita del figlio, la lavoratrice ha diritto al cosiddetto congedo di maternità, un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro nel quale la lavoratrice riceve un'indennità economica in sostituzione dello stipendio e che corrisponde all'80 per cento della normale retribuzione.

- Il congedo di maternità copre i 2 mesi precedenti il parto e i 3 mesi successivi, salvo casi di flessibilità nei quali la lavoratrice può continuare a lavorare anche nell'ottavo mese di gestazione e recuperare poi i giorni non sfruttati dopo la nascita del figlio.

- Il diritto al congedo spetta anche ai genitori che adottano o hanno in affidamento un figlio ed è valido per diverse categorie di lavoratori (dipendenti e autonomi).

- In condizioni particolari nelle quali la madre non può usufruire del congedo (morte o grave infermità della madre, abbandono del figlio da parte della madre, affidamento esclusivo al padre, rinuncia totale o parziale della madre al congedo di maternità) il diritto passa al papà e viene definito congedo di paternità.

Cosa serve alla mamma lavoratrice dopo il parto per poter conciliare la nuova realtà familiare con la realtà lavorativa che esisteva prima della gravidanza? Innanzitutto il tempo. Secondo un'analisi realizzata nel 2013 da Censis e Unipol gruppo finanziario nell'ambito del progetto Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali, la flessibilità dell'orario di lavoro è una delle misure adottate dalle imprese più all'avanguardia nel campo del welfare aziendale, ma in Italia il 59 per cento dei lavoratori deve rispettare un rigido orario aziendale e anche il telelavoro è una rarità che in Italia riguarda il 3 per cento degli uomini e il 5 per cento delle donne. Dal punto di vista dei diritti già acquisiti, è importante ricordare che le neo-mamme che vogliono allattare hanno diritto a due ore di riposo a retribuzione piena da dedicare all'allattamento se l'orario di lavoro è di almeno 6 ore giornaliere e a un'ora di riposo se l'orario è inferiore alle 6 ore. Questo diritto si estende per tutto il primo anno di vita del bambino o fino a un anno dall'ingresso in famiglia del bimbo adottato o in affidamento.

L'altro problema che i neo-genitori che lavorano devono affrontare è la disponibilità di strutture nelle quali lasciare i figli durante le ore dedicate alla professione. I primi "nidi aziendali" risalgono agli anni '50 del secolo scorso e sono stati voluti da imprenditori quali Olivetti e Falck per consentire alle mamme di allattare i propri figli durante l'orario di lavoro. Negli anni queste strutture non si sono particolarmente diffuse e spesso sono state affidate ai comuni che comunque non riescono a soddisfare una richiesta davvero elevata. In base ai dati Istat pubblicati nel 2014, sono poco meno di 195mila i bambini tra 0 e 2 anni che frequentano asili nido comunali o privati convenzionati, inclusi i nidi aziendali e le differenze regionali sono molto forti: la percentuale dei Comuni che garantiscono la presenza di un asilo nido passa dal 22,7 per cento del Sud all'81,9 per cento del Nord-est.


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