Tattoo mania: alla ricerca di un’identità

27 luglio 2016
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Tattoo mania: alla ricerca di un'identità



Tattoo mania: alla ricerca di un’identità


Una scritta da calligrafo, un disegno, un decoro orientale. I tatuaggi dilagano sui corpi di giovani e adulti: braccia, gambe, spalle e a volte anche il viso sono ormai pieni di inchiostro indelebile, frutto di dolorose sedute dal tatuatore di fiducia. Mostrati orgogliosamente come fossero trofei, hanno anche uno o più significati psicologici che partono dal bisogno profondo di comunicare che molto spesso le persone sentono.
In bilico tra ricerca di un'identità e il desiderio di superare un momento difficile della vita, possono anche incarnare la voglia di interiorizzare un accadimento positivo.

Nati agli albori della storia dell'umanità, conservano tutt'oggi qualcosa di misterioso che riporta alla mente i passaggi rituali delle tribù e ci spiega come mai tanti ragazzi vedano in essi lo strumento della loro ribellione, a volte contro i genitori e la scuola. Le scritte sulla pelle, inoltre, possono anche rappresentare un messaggio verso gli altri se non addirittura un grido di aiuto, un modo per ottenere gli occhi addosso e dunque l'attenzione e la conferma della propria unicità.

Poi un piccolo accenno al dolore che prova chi si fa un tatuaggio: la sofferenza è vista forse come una catarsi, un mettersi alla prova per vedersi forti e coraggiosi, e un modo per affermarsi sul gruppo dei pari, in società. Succede anche che il decoro sulla pelle nasca dell'imitazione dei coetanei (questo accade ai più giovani) o degli appartenenti a uno stesso gruppo (anche negli adulti) per essere accettati. Il tatuaggio, in fine, può anche avere significati sessuali, legati al pudore.

«Un anelito all'immortalità, alla presenza perenne di noi è l'aspetto che più mi affascina», ci racconta Elio Sena, specialista in psichiatria e in neurologia e psicoterapeuta di formazione freudiana. Poi c'è anche «l'elemento della vanità: il tatuaggio è una tendenza a impreziosire un qualcosa che si possiede - in questo caso il corpo - ed è un modo per dire che questo qualcosa lo si possiede di più. Attraverso questo marchio si può stabilire un diritto di proprietà assoluta che vale di più».

Questo discorso poi porta al concetto opposto e cioè all'appartenenza: il tatuaggio può infatti essere «una sottrazione dalla massa di tipo individuale-narcisistico o una sottrazione di tipo collettivo. Il fare gruppo sempre per distinguersi - con il riconoscimento di un ideale - oppure la sottolineatura dell'individualità. Nel tatuaggio di appartenenza c'è una finalità comune, di una prospettiva comune di azione e di vita. Nell'altro caso, no».

E il tatuaggio diffuso su tutto il corpo? «Sembrerebbe invece una colonizzazione progressiva». Nel libro Psicologia dell'abbigliamento lo psicologo John Carl Flügel accenna anche ai tatuaggi quando parla di conflitto tra decorazione e pudore e il compromesso che ne deriva: «Un tatuaggio può essere davvero bello e nello stesso tempo far sì che il corpo sembri meno nudo e quindi meno bisognoso di abiti». Anche le parole del filosofo e logico tedesco Hermann Lotze possono aggiungere elementi alla nostra analisi: «Quando portiamo un corpo estraneo (in questo caso l'inchiostro del tatuaggio ndr) in contatto con la superficie del nostro corpo la consapevolezza della nostra esistenza personale si prolunga nelle estremità e nella superficie di questo corpo estraneo, e di conseguenza nasconde delle sensazioni o di estensione del proprio Io o di acquisizione di un tipo o di una quantità di energia estranea o di una grado inconsueto di vigore, di resistenza fisica, di sicurezza».

Maria Elena Capitanio


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