Sonno vs videogame: 0-1

18 agosto 2016
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Sonno vs videogame: 0-1



Sonno vs videogame: 0-1


I videogame sono meglio di un buon sonno ristoratore. O almeno questo è ciò che pensano molti "giocatori" pronti a rinunciare alle ore di riposo notturno per dedicarsi alla loro passione senza pensare troppo alle conseguenze di questa abitudine sulla salute e sull'efficienza il giorno seguente.

«Il 72 per cento degli americani gioca ai videogames e il 90 per cento non dorme abbastanza» esordisce Brandy Roane, direttrice del Sleep research lab allo University of North Texas health science center e prima autrice di una ricerca che ha coinvolto circa 1.000 statunitensi amanti dei videogiochi di età uguale o superiore a 13 anni (in media circa 28 anni). E dai risultati dello studio, presentato al congresso delle Associated professional sleep societies di Denver e pubblicato in un supplemento della rivista Sleep, emerge che in effetti i videogiochi rappresentano una delle principali ragioni che portano gli americani a perdere il sonno.

«Il 67 per cento delle persone intervistate ha dichiarato di aver ritardato l'ora del sonno per dedicarsi al gioco per almeno un giorno nella settimana precedente all'intervista» spiega l'esperta. «E il tempo rubato al sonno è stato di circa 100 minuti». Come se non bastasse molti dei partecipanti allo studio hanno precisato di giocare prima di andare a letto per ben cinque sere a settimana.

«Questi dati ci fanno pensare a un legame molto stretto tra uso dei videogame e scarsità di ore di sonno registrate tra gli statunitensi» afferma Roane, ricordando le conseguenze immediate nella vita quotidiana del dormire poco. La mancanza di sonno tra i giocatori "notturni" si è tradotta almeno una volta in un ritardo in diversi ambiti il giorno seguente: a scuola (9,7 per cento), al lavoro (12,4 per cento) o in altre attività (18,5 per cento). «I videogiochi non sono oggi indicati ufficialmente come possibile fonte di dipendenza nei manuali specialistici, ma stando ai risultati della ricerca si può dire che per alcune persone potrebbero esserlo» conclude la ricercatrice.


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