Migranti irregolari ma non untori

29 gennaio 2010
Focus

Migranti irregolari ma non untori



di Simona Zazzetta

Gia un'indagine del 2005, condotta dall'Istat, indicava che la popolazione straniera residente in Italia, quindi regolare, aveva una percezione del proprio stato di salute migliore di quella riscontrata nella popolazione italiana. Uno scarto in vantaggio che gli autori del lavoro consideravano ottimistico, dal momento che mancava il dato della popolazione straniera irregolare. Il tassello mancante arriva ora da una ricerca che rileva uno stato di salute tra gli stranieri clandestini paragonabile a quella degli italiani, quanto meno in un'area geografica specifica.


L'indagine è stata realizzata in Lombardia, tra Milano e Monza, dal Naga, un'associazione volontaria che offre assistenza socio-sanitaria a quanti risultano esclusi da quella istituzionale, con l'obiettivo di rompere preconcetti, razzisti e antirazzisti, che in modo semplicistico rischiano di liquidare la complessità implicita alla convivenza tra popolazioni locali e immigrate. Gli autori, medici volontari del Naga, in collaborazione con un gruppo di medici di Medicina Generale di Monza, hanno confrontato le diagnosi, effettuate nel mese di ottobre 2009, ai cittadini stranieri irregolari che si sono presentati presso l'ambulatorio NAGA di Milano, 974 in tutto, con quelle date a pazienti italiani di pari età che si sono rivolti agli ambulatori di medicina generale di Monza, 981 in tutto. La fascia di età considerata era tra 18 e 50 anni (i minori ricevono assistenza dal Servizio sanitario nazionale), con una media attestata attorno ai 35 anni. Gli operatori si sono accorti che non c'erano differenze significative nella frequenza delle diagnosi delle patologie considerate se non qualche lieve fluttuazione. Per esempio, i dolori articolari e ossei, i traumi e le malattie della pelle, poco rilevanti dal punto di vista clinico ed epidemiologico, incidevano maggiormente tra gli stranieri. Erano, invece, meno presenti diagnosi di malattie respiratorie: otiti, sinusiti, laringite erano il 6,9% delle diagnosi respiratorie contro il 14,8% riscontrate tra gli italiani. Soffrivano anche meno di disturbi gastroenterici e psichici, mentre i pazienti italiani riportavano una casistica più ampia di ansia e di gravi malattie, come psicosi, tumori, sclerosi multipla e altre, per un totale di 31 casi contro 9. In uguale misura nei due gruppi incidevano le malattie ginecologiche, dell'apparato genito-urinario, cardiovascolari, metaboliche, endocrine e sessualmente trasmesse.

I dati disegnano, quindi, un profilo dell'immigrato irregolare che, pur nella malattia, non presenta particolari rischi per la salute sua e della comunità. Anzi, sostengono gli autori, proprio perché sottoposto a fattori di rischio superiori (precarie condizioni di vita, di lavoro, la mancanza di informazioni e lo scarso accesso alle strutture sanitarie) dimostra una salute forte. Il dato sulle patologie gravi lo conferma: "L'incidenza di malattie gravi è molto differenziata tra le diverse etnie- spiega Guglielmo Meregalli, medico specialista in pneumologia e in allergologia, volontario del Naga e autore della ricerca - in un campione composito come questo è difficile individuare i fattori di rischio per ognuna, ma di certo c'è una selezione alla base: chi è colpito da malattie gravi non emigra, resta nel paese di origine". Ci troviamo di fronte a una popolazione sostanzialmente giovane e sana, concludono gli autori, su cui vanno a incidere fattori di rischio comuni in situazioni di povertà. E aggiungono: "Tutto ciò sembra per ora non gravare in modo significativo sulle condizioni medie di salute, ma si tratta di un "patrimonio di salute" che il nostro paese dovrebbe salvaguardare di più".

Un discorso a parte lo merita la tubercolosi, mai scomparsa dall'italia ma presente con un'incidenza bassa e stabile (11 nuovi casi ogni anno ogni 100mila abitanti) ma più alta tra gli immigrati (50/100mila). Infatti, in precedenti ricerche è stato notato che mentre il numero di casi italiani è rimasto stabile, quello degli immigrati è aumentato, a conferma che la diffusione in una popolazione ospitante, sana e immunocompetente come quella italiana è molto bassa. Per quanto riguarda altre malattie infettive esiste una circostanza oggettiva: "Il 90% delle malattie infettive esotiche necessita di un vettore (insetto) per essere trasmesso - puntualizza Meregalli - ma alle nostre latitudini non sopravvive. E' più probabile che certi patogeni arrivino trasportati con le merci, perché il vettore è l'insetto non l'uomo". Infine, per quanto le malattie sessualmente trasmesse abbiano un'incidenza simile, anche se la sieropositività all'Hiv, secondo precedenti dati, in alcuni casi è superiore nella popolazione immigrata: "Ma si tratta di una condizione a trasmissione specifica che non si contrae al bar o sul posto di lavoro" conclude Meregalli.

Indagine NAGA: Le malattie degli immigrati irregolari sono pericolose per gli italiani?


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