Il gruppo sanguigno non aiuta a dimagrire

21 gennaio 2014
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Il gruppo sanguigno non aiuta a dimagrire


dieta gruppo sanguigno

L'idea era affascinante: individuare la dieta più adatta a ciascuno sulla base del gruppo sanguigno. In effetti era talmente affascinante da aver avuto negli ultimi anni una rapidissima diffusione in tutto il mondo. Ora però uno studio rigoroso ha scoperto che chi dimagriva con la cosiddetta "Dieta del gruppo sanguigno", inventata dal naturopata Peter D'Adamo alla fine degli anni '90, riusciva a perdere peso per ragioni che non hanno niente a che vedere con il gruppo sanguigno stesso.

La dimostrazione è venuta da un gruppo di nutrizionisti dell'Università di Toronto, in Canada, che hanno esaminato l'effetto di questa dieta su quasi 1.500 adulti, che dal 2004 partecipano a uno studio sulle abitudini alimentari: a ciascuno è stato chiesto di indicare giorno per giorno che cosa avevano mangiato, e i ricercatori hanno poi calcolato quanto ciascun profilo corrispondeva ai quattro profili che secondo D'Adamo dovrebbero essere particolarmente indicati per chi ha il gruppo sanguigno A, B, AB o zero, sulla base della presenza degli alimenti raccomandati e dell'assenza di quelli sconsigliati.

Il risultato è stato molto interessante: secondo i ricercatori, a parte il regime raccomandato per il tipo-B - che non sembra avere alcun effetto - gli altri tre regimi presentano effetti positivi, del tutto indipendenti dal gruppo sanguigno dell'interessato. In particolare, chi inconsapevolmente aveva adottato la dieta per il tipo-A è dimagrito sensibilmente, riducendo sia l'indice di massa corporea sia il girovita, e ha avuto effetti positivi su pressione, colesterolo, trigliceridi e insulina. Chi ha mangiato come da raccomandazioni dello schema per il tipo-AB non è dimagrito, ma ha migliorato i parametri del sangue e chi ha applicato il tipo-O ha ridotto solo i trigliceridi.

«Alcuni regimi alimentari erano di per sé sani, ma questo era del tutto indipendente dai gruppi sanguigni» commenta Ahmed El-Sohemy, che ha diretto la ricerca. «In pratica, il modo in cui ciascun individuo risponde a un'alimentazione vegetariana o povera di carboidrati ha a che vedere solo con la sua capacità di adattarsi a quello specifico regime dietetico».





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