Acqua del rubinetto o in bottiglia: che cosa dice la scienza
Ogni anno in Italia si consumano circa 15 miliardi di bottiglie di plastica per l'acqua. Un'abitudine radicata, alimentata dal marketing e da una diffidenza verso l'acqua del rubinetto che i dati scientifici non giustificano. Il Centro Nazionale per la Sicurezza delle Acque dell'Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha analizzato oltre 2,5 milioni di campioni: la conformità ai parametri di legge supera il 99%. Nel frattempo, studi sempre più solidi documentano che le bottiglie di plastica possono cedere all'acqua sostanze chimiche pericolose e contenere fino a 3 milioni di microplastiche per litro.
Un primato di cui non andare fieri
Con 257 litri pro capite all'anno, l'Italia è il paese che consuma più acqua minerale in bottiglia al mondo, quasi il doppio della media europea, che si attesta intorno ai 110 litri. Dopo di noi, la Germania (167 litri), il Portogallo (140) e la Francia (120); i paesi nordici restano sotto i 70 litri.
Quindici miliardi di litri imbottigliati ogni anno, di cui due esportati. Per smaltirli, assumendo il formato da mezzo litro, servono in media 446 bottiglie a persona. Un numero che, anche con la raccolta differenziata, non si gestisce in modo circolare: la maggior parte delle bottiglie in PET viene trasformata in filato sintetico per l'industria tessile, non in nuove bottiglie.
Perché beviamo così tanta acqua in bottiglia
Le ragioni non sono solo abitudini personali. Un documento di ISDE Italia, realizzato con il contributo di oltre 15 società scientifiche mediche nell'ambito della Campagna nazionale di Prevenzione dei rischi per la salute da esposizione da plastica, individua alcune cause strutturali: campagne pubblicitarie pervasive da parte delle aziende imbottigliatrici, scarsa comunicazione pubblica sulla qualità dell'acqua di rete, carenza di punti di accesso all'acqua potabile negli spazi pubblici (stazioni, aeroporti, uffici, stabilimenti balneari). In alcune aree del Paese, infrastrutture obsolete rendono il servizio discontinuo.
Il risultato è una percezione distorta: molti italiani credono che l'acqua in bottiglia sia più sicura, ma i dati dicono altro.
L'acqua del rubinetto: cosa dicono i controlli
Il primo rapporto del Centro Nazionale per la Sicurezza delle Acque (CeNSiA), pubblicato nel 2024, ha analizzato oltre 2,5 milioni di campioni su tutto il territorio nazionale. Dalle analisi, la conformità ai parametri sanitari microbiologici e chimici è superiore al 99%.
Le non conformità rilevate - pochi casi e a livello locale - riguardano principalmente contaminazioni microbiologiche o la presenza di elementi chimici di origine naturale come fluoro e arsenico, legati a caratteristiche geologiche specifiche come le zone vulcaniche. Vengono comunicate tempestivamente agli utenti, con eventuale sospensione dell'erogazione.
Un punto spesso trascurato: i sistemi di trattamento degli acquedotti sono in grado di abbattere le microplastiche con diametro inferiore ai 10 micron eventualmente presenti nell'acqua di approvvigionamento. Le bottiglie di plastica, invece, ne aggiungono.
E il cloro? L'odore è la preoccupazione più citata da chi preferisce la bottiglia. Ma il cloro evapora semplicemente lasciando l'acqua in una caraffa aperta per qualche minuto. Si può accelerare il processo aggiungendo qualche goccia di limone, poiché l'acidità lo elimina più rapidamente, oppure tenendo l'acqua in frigorifero.
Cosa c'è davvero nelle bottiglie di plastica
Le bottiglie di plastica non sono contenitori neutri. Studi recenti documentano che possono cedere all'acqua diverse sostanze chimiche: ftalati, bisfenoli, metalli pesanti, aldeidi. Alcuni di questi composti sono interferenti endocrini, cioè molecole capaci di interferire con il sistema ormonale dell'organismo, in particolare nelle fasi più vulnerabili della vita come gravidanza e prima infanzia.
A questo si aggiungono le microplastiche e nanoplastiche (MNP). La loro presenza è stata documentata in tutti i tessuti umani analizzati, inclusa la placenta e il latte materno. Le bottiglie di plastica possono contenerne fino a 3 milioni per litro. Le implicazioni a lungo termine di questa esposizione sono ancora oggetto di studio, ma le evidenze disponibili sono sufficienti da giustificare la massima cautela, soprattutto nelle categorie più vulnerabili.
I filtri domestici: servono davvero?
Una domanda frequente. La risposta del documento è che i sistemi di filtrazione installati nelle abitazioni non rendono l'acqua del rubinetto "più sicura", perché è già sicura. Possono eliminare particelle, ridurre la durezza (cioè i sali minerali disciolti), gasare o refrigerare l'acqua. Non neutralizzano contaminanti chimici o microbiologici in modo affidabile.
Anzi, se non vengono manutenuti correttamente, i filtri possono diventare un problema: favoriscono la crescita batterica e possono rendere l'acqua troppo povera di calcio e magnesio, sali utili per l'organismo. L'installazione di un filtro domestico, in assenza di una specifica indicazione, non è raccomandata.
Attenzione agli impianti condominiali
Un aspetto meno conosciuto riguarda le reti idriche interne agli edifici. L'acqua che esce dall'impianto di trattamento è sicura: diventa responsabilità del gestore di condominio mantenerla tale. Serbatoi e autoclavi devono essere puliti e disinfettati periodicamente; le tubature molto vecchie possono rilasciare piombo, un rischio reale negli edifici datati. Chi vive in un condominio con autoclave può chiedere che venga installato un punto di prelievo diretto dall'acquedotto, prima dell'ingresso nel serbatoio.
Le indicazioni pratiche
Il documento si chiude con una serie di indicazioni concrete:
● Preferire l'acqua del rubinetto e, se necessario, conservarla in bottiglie di vetro.
● Fuori casa, usare una borraccia in acciaio o vetro riempita a casa.
● Non installare sistemi di filtrazione domestica salvo indicazione specifica.
● Verificare che i depositi condominiali vengano puliti regolarmente.
● Negli edifici pubblici - scuole, strutture sanitarie, impianti sportivi - devono essere garantiti punti di accesso all'acqua potabile, come previsto dai Criteri Ambientali Minimi del D.M. 9 aprile 2025.
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