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Ultimo aggiornamento: 06/12/07

Con lo sconto cura meglio?

Magari non ha avuto il risalto che molti si auguravano, ma tra gli addetti ai lavori la questione delle modalità di vendita dei farmaci di Fascia C è stata all’origine di polemiche abbastanza aspre.
E’ bene ricapitolare la storia. Nel corso della votazione alla Camera sul secondo capitolo delle liberalizzazioni, un gruppo di deputati, guidato dal radicale D’Elia, ha presentato un emendamento che allarga alle parafarmacie, e ai corner della grande distribuzione, la possibilità di vendere anche i farmaci etici, cioè con obbligo di prescrizione, che il Servizio sanitario non rimborsa.

Di lobby non ce n’è mai una sola
Ipotesi che ha visto immediatamente contrari i titolari delle farmacie, ma ha visto contrario anche il ministro della Salute Livia Turco. Le argomentazioni sono diverse, ma ce n’è una comune a tutto il fronte dei contrari. Come ha dichiarato Livia Turco, all’indomani del voto, “i medicinali di fascia C con ricetta appartengono a una categoria di prodotti che impongono un impiego assai delicato. Far uscire dalla farmacia questi medicinali vuol dire non capire che non basta la sola presenza del farmacista, ma servono garanzie che oggi assicura il sistema dell'esercizio delle farmacie". Successivamente, lo stesso Ministro ha precisato che “Questi farmaci di fascia C anche se a carico del cittadino, per alcuni classi e tipologie sono equiparabili a quelli di fascia A, soprattutto per quanto riguarda gli antitumorali. Farmaci - conclude la Turco - da erogare quindi necessariamente accompagnati dal consiglio di esperti e in luoghi sicuri. Come appunto le farmacie". Posizione analoga ha assunto la Federazione degli Ordini dei farmacisti, che ha anche ricordato come per questi farmaci, da qui alla fine dell’anno, di sconti non si possa parlare, visto che un Decreto dell’allora ministro Storace ha bloccato i prezzi. Apriti cielo: sono piovute accuse di sudditanza alle pressioni della lobby dei titolari di farmacia (rappresentati da Federfarma).
Accuse facilmente ribaltabili su chi ha presentato l’emendamento. Infatti, gli interessi forti non mancano neanche dall’altra parte: sono mesi che i rappresentanti della grande distribuzione, a cominciare da Vincenzo Santaniello, responsabile di Coop Farmaci, sostengono che, vendendo solo medicinali da banco, non si riesce a far quadrare i conti degli stipendi dei farmacisti addetti ai corner e che, quindi, bisogna allargare l’offerta.

Che cos’è la fascia C
Quello che nessuno ha detto, però, è che la Fascia C, ai tempi della prima grande revisione del prontuario, (era ministro Maria Pia Garavaglia, c’era appena stato lo scandalo dei De Lorenzo e dei Poggiolini) finirono alcuni tipi precisi di farmaci: quelli che non avevano una solida base scientifica, e che quindi il Servizio sanitario non riteneva utili per tutelare la salute dei cittadini, oppure quelli che, a parità di efficacia, avevano un corrispondente più economico, che veniva dunque rimborsato. Insomma, in linea generale, cose di cui si poteva fare a meno. C’era un’eccezione poco giustificabile col senno di poi: le benzodiazepine. Queste sono una grande famiglia di molecole che comprende sonniferi e ansiolitici. Si disse che escluderle dal rimborso sarebbe valso a evitare l’abuso. Sta di fatto, però, che oggi chi soffre, per esempio, di attacchi di panico, questi farmaci se li deve pagare. Ci sono anche i contraccettivi orali: figurarsi se in Italia si forniva la pillola a carico del Servizio sanitario. Col tempo si sono aggiunti altri casi, per esempio i medicinali contro l’impotenza, sildenafil, tadalafil e vardenafil. Che il Servizio sanitario non debba pagare per le notti di passione degli incontentabili è sacrosanto, ma ci sono anche altri casi, per esempio chi ha subito la prostatectomia, nei quali la scelta è meno pacifica. Recentemente è stato inserito in fascia C un farmaco per una forma di degenerazione maculare senile, effettivamente costoso, ma che è un medicinale ospedaliero, quindi c’entra poco con la vendita diretta.  Va segnalata anche la presenza di molti farmaci oculistici, la maggioranza, come ha ricordato recentemente la SOI (Società oftalmiologica italiana), esclusione anche questa poco spiegabile. Però, anche così, le eccezioni non sono tantissime, soprattutto per patologie croniche.
Insomma se un farmaco è poco efficace non è che se costa meno diventa un affare. Qui ritorna la sostanziale differenza tra il farmaco e gli altri prodotti: un’auto economica non ha le prestazioni di una Ferrari, ma marcia lo stesso, mentre un farmaco o ha efficacia piena, è una Ferrari, oppure è inutile. Anzi, è comunque dannoso perché sottrae risorse che possono essere spese per ciò che serve realmente. Forse, anche se è meno liberale, sarebbe il caso che il Servizio sanitario si facesse carico delle eccezioni (gli ansiolitici a chi soffre di ansia e panico, per esempio) e che sul resto si facesse semmai opera di educazione presso il pubblico e, soprattutto, presso i medici che prescrivono. E a scanso di accuse di lobbysmo, va aggiunto che questo è vero sia che un farmaco lo si venda al supermercato sia che lo si venda in farmacia.

Maurizio Imperiali



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