Gravidanza - Argomenti

Ultimo aggiornamento: 08/02/08

S'indaga tra i geni

La neonatologia ha compiuto davvero enormi progressi e i nati non a termine hanno oggi chance di vita e di cura impensabili fino a pochi anni fa. Al tempo stesso ci s'interroga sull'andamento in crescita delle nascite pretermine, che negli Stati Uniti per esempio si stima siano aumentate del 30% dal 1981: considerando tutte le nascite prima delle 37 settimane, riguarderebbero circa il 12% delle gravidanze totali; anche in Italia d'altra parte sono circa 50.000 all'anno. Un fenomeno del quale si studiano le cause, in cerca di chiavi per la prevenzione o per monitoraggi mirati, considerando che, nonostante i progressi lo sviluppo, di questi bambini resta minacciato da molti problemi, respiratori, sensoriali, mentali e altri. L'indagine è a tutto campo e, oltre a fattori infettivi, nutrizionali materni, ambientali, si studiano anche i fattori genetici, perché stanno emergendo evidenze del coinvolgimenti di alcune mutazioni nel rischio di nascita pretermine. Di alcune di queste ricerche si è riferito al 28° Meeting della Società di Medicina materno-fetale appena svoltosi a Dallas. L'interesse è medico, ma non si possono escludere i risvolti economici: sempre in America si calcola tra costi sanitari e perdita di produttività dei genitori una spesa di 52.000 dollari per bambino pretermine, in totale 26 miliardi di dollari.

Mutazioni e danni placentari
Ricercatori dell'Università di Pittsburgh hanno per esempio osservato che mutazioni dei geni per l'enzima MTHFR (metilentetraidrofolato reduttasi), implicato nel metabolismo degli amminoacidi e per il fattore V della coagulazione sono significativamente associate a formazioni di trombi e lesioni di tipo infiammatorio dei tessuti placentari. Studiando la placenta e il sangue cordonale di un centinaio di gestanti è risultato un rischio quattro volte più alto per la mutazione MTHFR ed elevato anche per quella del fattore V, e un'associazione indipendente da fattori materni come appartenenza etnica o fumo o infezioni genitali che contribuiscono alla mutagenesi. Le due mutazioni potrebbero indicare una predisposizione verso una condizione di ridotta crescita intrauterina, con malnutrizione fetale, e nascita pretermine. Lo stesso gruppo di ricercatori ha individuato un'altra mutazione, nel gene TLR4 il cui prodotto è coinvolto nel riconoscimento degli agenti patogeni da parte dell'organismo e nell'attivazione del sistema immunitario, che si associa sempre ad alterazioni di tipo infiammatorio nella placenta e relative allo sviluppo fetale. Il TLR4 è espresso maggiormente nella placenta e nei globuli bianchi, e nelle donne studiate è emersa un'associazione elevata, con probabilità cinque volte maggiore, tra la mutazione e l'infiammazione della membrana corionica, sempre indipendentemente da fattori legati al comportamento della madre (fumo eccetera). Un altro esempio, questa volta con connotazioni etniche, è riferito da ricercatori dell'Università di Yale che hanno trovato nel gene ENPP1 un legame con le nascite pretermine e i nati di basso peso tra le donne americane di origine ispanica. In altri raggruppamenti etnici, per esempio tra le afro-americane, si è osservato che questi eventi sono più frequenti, anche tenendo conto dello status socioeconomico, delle caratteristiche demografiche e di patologie sottostanti: secondo gli autori questa fa pensare al coinvolgimento di assetti genici o di varianti specifiche, come i polimorfismi dei singoli nucleotidi. Studiando campioni di sangue questa volta di madri ispaniche con nati pretermine e confrontandolo con madri di figli a termine si sono analizzate 128 differenti variazioni in 77 geni candidati. Quattro sono risultate in relazione con la nascita prima del tempo e in misura maggiore una del gene ENPP1, che è stato associato con insulinoresistenza, intolleranza al glucosio e sviluppo del diabete di tipo 2, oltre che con l'ipertensione. L'ipotesi è quindi che la variante si leghi a un'alterazione del metabolismo energetico. Il gruppo indagherà ora sulle specificità genetiche delle afro-americane, delle bianche o caucasiche e delle nativo-americane.

Retrovirus protettivi nell'animale
Coinvolgimenti genetici sono dunque probabili. Ma non è detto che ci siano solo in senso negativo, potrebbero esserci anche in senso protettivo. Una teoria suggestiva in tal senso, per ora niente di più che un'ipotesi di lavoro, è per esempio quella che intendono esplorare ricercatori francesi che ne riferiscono sulla rivista Microbiology Today. Il dato di partenza è che nel corso dell'evoluzione retrovirus che hanno infettato stabilmente l'organismo umano hanno inserito loro sequenze geniche nel nostro DNA, circa l'8% del genoma, comprese le cellule della linea germinale o riproduttiva dei nostri antenati, così che si sono trasmesse. Secondo evidenze negli animali su geni retrovirali analoghi alcuni di essi avrebbero un ruolo importante nella salute materno-fetale, mentre altri si legherebbero a patologie come i tumori; un coinvolgimento simile potrebbe esserci anche negli esseri umani.

Elettra Vecchia

Fonti
28° Meeting annuale della Società di Medicina materno-fetale, Dallas, 28 gennaio-2 febbraio.

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