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Ultimo aggiornamento: 11/07/08

Dimenticare a comando

L'emozione, in tutte le sue sfumature, ha un ruolo importante nei processi mentali. E' importante per il riconoscimento degli eventi, per il loro ricordo e, se si assume una prospettiva adattativa, per la stessa sopravvivenza individuale e della specie: si cerca di evitare le esperienze accompagnate da emozioni sgradevoli e di ripetere quelle piacevoli.Nulla di nuovo, nelle linee generali, ma è interessante notare come l'emozione, specie se negativa, interagisca con la memoria e il ricordo in modo differente da quanto si pensa normalmente. Anche chi nulla sa di Freud, e probabilmente nulla saprà, parla di rimozione, cioè della cancellazione del ricordo di un evento traumatico. Ma non è così automatico che la sgradevolezza di una situazione o di un fatto ne comporti direttamente la cancellazione dai ricordi. Anche perché non è così che funziona la memoria.

Non si cancella la traccia
In effetti non si cancella nulla di quanto viene appreso, semplicemente si inibisce l'operazione di recupero dell'informazione per così dire immagazzinata. Del resto, si può non ricordare di aver visto un certo oggetto o di aver ascoltato una certa parola, ma ciononostante nel rivederlo o nel riascoltarla la si riconosce: l'informazione c'è, semplicemente non era presente alla coscienza. E' un'operazione fisiologica, in quanto anche recuperare tutti i ricordi può essere controproducente. Un bell'esempio è quello dell'auto nel parcheggio: è importante, ogni volta che si deposita l'auto, ricordare dove la si è messa, ma dove la si è messa quel giorno, non il giorno prima o la settimana precedente, cosa che potrebbe causare confusione (e ogni tanto succede). Esiste insomma una dimenticanza volontaria, che è stata oggetto di diversi esperimenti che, in sostanza, vertono su una situazione standard: si prendono due gruppi di persone ai quali si sottopongono due liste di parole; al primo gruppo, però, si dice di dimenticare la prima e di ricordare la seconda, all'altro si dice di ricordarle entrambe. Normalmente il gruppo nella situazione "dimentica" ha meno difficoltà ad apprendere e ricordare la seconda lista rispetto all'altro gruppo, nel cui ricordo della seconda lista interferisce quello della prima.

Che cosa è più semplice ricordare
Ma questa selezione non funziona sempre e proprio a causa dell'emozione. Uno studio recente, infatti, ha ripetuto l'esperienza dei due elenchi, proponendo però foto e non parole e selezionando una serie di foto ad alto impatto emotivo e una con immagini emotivamente neutre. Lo schema è stato arricchito anche con la valutazione dell'umore delle persone al termine della presentazione delle due serie di immagini. Il test è stato articolato proponendo le immagini emozionanti sia come prima che come seconda serie e attuando altre misure per evitare che il risultato venisse falsato da fattori estranei al contenuto delle immagini da ricordare. Il risultato, però, è stato che le immagini a forte contenuto emotivo non erano facilmente dimenticabili, quindi l'inibizione volontaria del ricordo non funzionava. Difficile dire perché, o meglio le possibilità sono due: che l'emozione renda più difficile, per l'impatto che ha sui meccanismi della memoria, separare l'evento che le è collegato dagli altri, quindi ne renda arduo l'incasellamento tra gli eventi che si devono dimenticare. Oppure potrebbe agire sui meccanismi che dovrebbero inibire il recupero del contenuto della memoria. Insomma, sembra che l'emozione sia un meccanismo davvero potente, in quanto agisce alla radice dei processi cognitivi. Questo fa sorgere importanti interrogativi anche sulle modalità di intervento per trattare le persone che soffrono dei postumi di eventi traumatici, per le quali era stato proposto di sfruttare l'inibizione volontaria del ricordo sgradevole. Magari si potrà, ma resta da capire come. Nell'attesa, forse, come insegna la vecchia scuola psicanalitica, con il rimosso è meglio fare i conti.

Maurizio Imperiali

Fonti
Payne B K, Corrigan E. Emotional constraints on intentional forgetting. Journal of Experimental Social Psychology, Volume 43, Issue 5, September 2007, Pages 780-786

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