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Ultimo aggiornamento: 06/07/07

Più che dire, ascoltare

Un nuovo paziente entra nello studio del medico. Pesa 92 kg ed è alto 1,82. Questa è la conversazione che si potrebbe svolgere tra i due:

Medico: E' un po' troppo, non trova?
Paziente: Potrei essere anche di più. In genere faccio jogging e non...
M: Vede, io peso 78 kg e sono alto come lei. E corro, 5,10 15 km. Le mezze maratone e ...
P: Così, sarei 14 kg più di lei?
M: Al momento si.

Questa, spiega un gruppo di ricercatori in un articolo apparso sugli Archives of Internal Medicine, è una conversazione registrata nello studio di un medico, dalla quale si evince chiaramente in che modo i medici fanno perdere tempo ai pazienti e perdono di vista il cuore di una visita, occupandosi di vicende che li riguardano direttamente. E' convinzione comune, infatti, che una buona comunicazione tra medico e paziente sia basilare per migliorare la salute, ma mancano evidenze su come creare buone relazioni. In particolare la tendenza del medico a parlare di sé e a condividere il suo privato col paziente per metterlo a suo agio, ha creato controversie. E, come dimostra lo studio, a buona ragione.

Mal comune non è mezzo gaudio
L'indagine ha riguardato 100 medici di medicina generale nell'area di Rochester. Nell'ambito di uno studio dedicato a cure e esiti sui pazienti, i medici hanno accettato che due "finti" pazienti si recassero nei loro studi nel corso dell'anno. Senza sapere però che i due pazienti "placebo" avrebbero registrato l'incontro. Al termine dell'indagine i ricercatori si sono ritrovati con 113 registrazioni. Ma soprattutto con risultati sorprendenti. In un terzo delle registrazioni, i medici parlano di sé, senza alcuna evidenza che questo aiuti o abbia contribuito a stabilire un rapporto con il paziente. E nemmeno, nella gran parte dei casi, i medici riescono a ritornare al problema di partenza né a costruire qualcosa a partire dal proprio caso. In sé, spiega una delle curatrici dell'indagine, non è un fatto negativo: potrebbe essere un modo per stabilire un contatto. Certo è sorprendente scoprire che la maggior parte del tempo è dedicato a questo e non ai pazienti. L'indagine contribuisce a sfatare alcuni miti. Di per sé, di fronte a un problema, il fatto che qualcuno dica ti capisco ce l'ho anch'io, sembra di conforto. In effetti non è così. I pazienti non escono confortati e quando il medico parte con la sua vicenda personale non torna più al tema di partenza. Quanto più dura il monologo, inoltre, tanto più si esce dai binari. "Alla fine" sottolinea con ironia uno dei ricercatori "è il paziente che si prende cura del medico e non il contrario. Ma a pagare è il paziente". E va detto che i ricercatori hanno cercato in tutti i modi di trovare qualsiasi dettaglio che dalle parole del medico potesse far scaturire conforto o approvazione per il paziente. Senza successo. Questo non vuol dire che i medici dovrebbero ammutolirsi completamente. Ma semplicemente che dovrebbero attenuare questo atteggiamento. E, ironia della sorte, gli stessi medici autori della ricerca, hanno realizzato come loro stessi siano vittime dei loro colleghi. I medici coinvolti, peraltro, non si ritrovano del tutto in questa descrizione. Ma anche si ritrovassero solo un po' è opportuno, per il bene del paziente, correggere la rotta.

Marco Malagutti


Fonte

Epstein RM et al. Physician Self-disclosure in Primary Care Visits: Enough About You, What About Me? Arch Intern Med. 2007;167:1321-1326.


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