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Ultimo aggiornamento: 14/11/2016 00:00

Intolleranza al glutine non celiaca: attenzione alle diagnosi fai-da-te

Intolleranza al glutine non celiaca: attenzione alle diagnosi fai-da-teAncora non ci sono strumenti per una diagnosi certa eppure sono in molti a credere di soffrirne: è la cosiddetta "intolleranza al glutine non celiaca" una condizione sulla quale mancano ancora dati scientifici definitivi e che tiene acceso il dibattito nella comunità scientifica. «Solo uno specialista può aiutare a identificare con precisione questi disturbi e indicare le modifiche alimentari più opportune» spiega Antonio Craxì, presidente della Società italiana di gastroenterologia (Sige), che ci aiuta a fare chiarezza sull'argomento, mettendo in guardia dai potenziali rischi per la salute che derivano da diagnosi e diete "fai-da-te".

Cos'è la intolleranza al glutine non celiaca e come si manifesta?
«L'intolleranza al glutine non celiaca si presenta con una serie disturbi della digestione, piuttosto indefiniti e sfumati: bruciore di stomaco, senso di gonfiore, diarrea, stitichezza o alternanza tra le due. In alcuni casi si osservano anche sintomi più generali come stanchezza, debolezza, dolori articolari, cefalee, prurito. Questi sintomi vengono collegati dal paziente - e non dal medico! - all'assunzione di cibi che contengono glutine o comunque cereali. Per essere precisi sarebbe meglio parare di intolleranza al grano o ai cereali non celiaca (e non solo al glutine) dal momento che sempre più studi stanno mettendo in luce il ruolo di altre componenti dei cereali oltre al glutine come responsabili di questo tipo di sintomi».

Quanto è diffusa in Italia e nel mondo?
«In Italia non ci sono dati diretti e precisi sulla diffusione di questa condizione, ma si può citare un dato che ci aiuta a comprendere in modo indiretto i numeri del problema. Mi riferisco alle vendite di prodotti senza glutine che negli ultimi 3-4 anni sono più che triplicate. Seppur in crescita, i numeri italiani sono ancora lontani da quelli statunitensi: negli Usa infatti questi prodotti valgono circa 12 miliardi di dollari per anno, mentre quelli davvero necessari (calcolati sulla base del numero di persone con diagnosi certa di celiachia) arriverebbero solo ai 300-400 milioni di dollari... è chiaro che gli interessi economici e commerciali legati alla vendita dei prodotti senza glutine hanno un ruolo importante nell'orientare i messaggi che arrivano alla popolazione e ne condizionano le scelte. Con queste parole non voglio portare avanti una battaglia solo contraria allo scenario attuale: un'area di solidità scientifica in tutto questo c'è ma è necessario riportare la situazione a una dimensione di salute adeguata».

Esistono test che permettono di arrivare a una diagnosi certa?
«A differenza di quanto succede per la celiachia, l'intolleranza al lattosio e alcune malattie infiammatorie intestinali, attualmente non ci sono test o esami clinici in grado di diagnosticare con certezza la presenza di una intolleranza non celiaca al glutine/ai cereali.

Di fronte a un paziente con i sintomi prima descritti, il medico può e deve escludere altre condizioni come la celiachia con danno della mucosa, l'intolleranza al lattosio, la malattia di Crohn o la rettocolite, ma non può dire con certezza che il problema è una intolleranza al glutine non celiaca. In effetti nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a una auto-diagnosi effettuata dallo stesso paziente sulla base di convinzioni personali derivate dai tanti messaggi sull'alimentazione oggi disponibili».

E i cosiddetti "test per le intolleranze" che spesso danno come risultato proprio un'intolleranza al glutine o ai cereali?
«Tocchiamo un argomento molto spinoso sul quale mi preme soprattutto sottolineare che questi test, pur essendo a volte effettuati in ambienti para-sanitari come lefarmacie, non hanno nessuna base o fondamento scientifico e non sono in grado di arrivare ad alcuna conclusione definitiva dal punto di vista medico e di salute. E in alcuni casi possono anche rivelarsi pericolosi: alcuni pazienti con malattie intestinali note e facilmente diagnosticabili infatti, sospendono le terapie "ufficiali" convinti - sulla base dei risultati di tali test - che per risolvere i loro problemi sia sufficiente eliminare il glutine dalla tavola».

Seguire una dieta "gluten-free" anche in assenza di una diagnosi di celiachia o di intolleranza può essere pericoloso?
«Generalizzare è difficile: i rischi dipendono da quanto strettamente e quanto a lungo si segue questo tipo di alimentazione. Ridurre il glutine e i cereali per periodi limitati non crea in genere particolari problemi, ma spesso chi si convince di essere intollerante al glutine finisce poi per eliminare anche altri alimenti e di certo questo non giova al nostro apparato digerente fatto per digerire una vasta gamma di cibi. Inoltre così facendo si rischiano carenze alimentari importanti che possono avere conseguenze anche gravi sulla salute.

C'è poi anche un effetto psicologico che però può variare molto da una persona all'altra: c'è chi dal fare un certo tipo di alimentazione restrittiva si sente più protetto e chi invece si sente limitato e frustrato dal non poter consumare determinati alimenti».

Come deve comportarsi un paziente che lamenta sintomi che possono far pensare a una intolleranza al glutine non celiaca?
«Il primo passo è senza dubbio rivolgersi al proprio medico e poi a uno specialista che come prima cosa cercherà di escludere la presenza di malattie organiche (celiachia, intolleranza al lattosio, malattie infiammatorie intestinali come Crohn e rettocolite) o anche di parassitosi intestinali. Se invece tutte le precedenti condizioni risultano assenti, si indirizza il paziente a una consulenza con il nutrizionista o con il dietologo che prescriverà una dieta a esclusione di determinati alimenti in modo da capire meglio come risolvere i sintomi. Queste diete non dovranno essere seguite per tutta la vita, ma dureranno per un tempo determinato e dovranno essere ricontrollate periodicamente ed eventualmente modificate. È fondamentale però che vengano prescritte da un nutrizionista esperto per evitare carenze a volte anche pericolose: se la diagnosi fai-da-te è un rischio per la salute, la dieta fai-da-te lo è ancora di più».

Cristina Ferrario


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