Integratori alimentari: negli Usa rischi per il fegato. E in Italia?

16 settembre 2014
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Integratori alimentari: negli Usa rischi per il fegato. E in Italia?



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È stata una ricerca americana condotto dall'Einstein Medical Center di Philadelphia e pubblicato sulla rivista Hepatology, a fare esplodere la polemica. Gli integratori alimentari dietetici o a base d'erbe usati negli ultimi anni dai cultori del body building o dalle donne di mezza età per cercare di perdere peso sono diventati una causa sempre più importante di lesioni al fegato: vero o falso?

Le risposte in realtà sono due. La prima riguarda il mercato americano e la risposta è: vero. Negli Stati Uniti, infatti, lo studio su 839 pazienti con danno epatico indotto da integratori o farmaci convenzionali in un periodo compreso tra il 2004 e il 2013 ha dimostrato che 45 casi erano dovuti a supplementi per culturisti, 85 ad altri integratori (multivitaminici, supplementi di calcio od omega-3) e 709 da farmaci. Durante i 10 anni di studio la quota di lesioni epatiche da parte degli integratori è aumentata dal 7 per cento al 20 per cento.
I prodotti più nocivi sono risultati gli integratori a base di erbe solitamente assunti per perdere peso o disintossicarsi, oppure prodotti energizzanti o multivitaminici: hanno determinato 13 morti o trapianti di fegato. Addirittura i danni causati sono risultati superiori a quelli determinati dagli stessi farmaci: 13 per cento vs 3 per cento.
Questo perché, essendo sottoposti a controlli meno rigidi, questi integratori hanno potenzialmente conseguenze più pericolose, tali addirittura da mettere a repentaglio la vita.

La seconda risposta che riguarda il mercato italiano ed europeo è invece tranquillizzante: le norme nazionali e continentali sono diverse e molto più severe che negli Stati Uniti. Lo afferma una nota stampa di FederSalus (Associazione nazionale produttori prodotti salutistici): «Gli integratori alimentari/integratori a base vegetale sono alimenti (...) e per la loro immissione in commercio è obbligatorio notificare l'etichetta del prodotto al ministero della Salute che svolge un'attività di controllo e può richiedere documentazione a supporto della sicurezza d'uso del prodotto che è garantito da norme nazionali ed europee. La sicurezza è la premessa ineludibile per commercializzare qualsiasi integratore le cui sostanze sono sicure perché hanno maturato (...) una storia pluriennale di consumo».

A sgombrare ulteriori dubbi scende in campo anche l'Aiipa (Associazione italiana industrie prodotti alimentari) sottolineando che «la definizione di integratore ed il tipo di sostanze/piante ammesse negli Stati Uniti non coincidono con quanto previsto dalle legislazioni europea e italiana: la casistica citata nello studio pubblicato su Hepatology non può quindi essere presa a riferimento per il mercato italiano. Per gli integratori a base di erbe, la normativa nazionale italiana prevede una lista di piante e loro parti ammesse negli integratori sulla base di valutazioni di sicurezza. Inoltre nel nostro paese esiste anche un sistema di fitovigilanza che permette di rilevare eventuali effetti negativi e di adottare tempestivamente le misure necessarie a tutela della salute dei consumatori».


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