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Ultimo aggiornamento: 13/12/02 

Galline in fuga (dal virus)



Tutto ha avuto inizio nel 1961 quando un virus influenzale denominato H5N1 è risultato fatale negli allevamenti di polli, uccidendone a milioni. Ma per lungo tempo la sigla H5N1 è stata rassicurante per gli infettivologi, essendo la trasmissione agli uomini categoricamente esclusa. Nel maggio del 1997, però, le cose sono cambiate quando in un ospedale di Hong Kong si registrò il decesso di un bambino di tre anni colpito dallo stesso virus aviario H5N1. Stessa diagnosi in rapida sequenza per una ragazzina di 13 anni e un uomo di 54, sempre ad Hong Kong. È scattato così l’allarme pandemia come conferma l’immediata missione in terra asiatica di ricercatori del CDC (Center for Disease Control) di Atlanta per studiare i familiari delle vittime. Il pericolo pandemia è stato fortunatamente stroncato sul nascere, ma alcuni punti sono rimasti oscuri. Due recenti casi d’attualità uno alle nostre latitudini e uno nuovamente ad Hong Kong potrebbero riaprire la questione. 

Gli ultimi casi
Seicentomila galline ovaiole abbattute presso un allevamento del mantovano. La causa? Un influenza aviaria presumibilmente del ceppo H5N1. La conseguenza diretta è stata il sequestro del centro di confezionamento e delle uova prodotte. Non bastasse ad Hong Kong sono state uccise anatre di un parco pubblico, proprio nel tentativo dichiarato di prevenite una nuova epidemia influenzale killer. Un episodio dovuto al riscontro, in due anatre morte, di un virus aviario di un ceppo non meglio identificato. Prima che si scateni la caccia alla gallina le autorità hanno provveduto a rassicurare, sottolineando che non c’è pericolo per gli umani e che si tratta di un virus diverso da quello letale nel 1997. Ma come è stata possibile una simile epidemia trasversale?

Dal pollo all'uomo
Difficile rispondere. Il segreto del successo dei virus influenzali sta nella variazione antigenica, cioé la capacità di cambiare parti di RNA fino a dare un virus diverso, in grado di ingannare il sistema immunitario di persone immuni alle forme originarie e di dare luogo a nuove infezioni. Tuttavia in questo caso il virus dei volatili non ha mutato neppure una base del proprio RNA, gettando nello sconforto i ricercatori, per i quali era impossibile il salto da una specie a un’altra. Il virus fatale per gli uomini è, infatti, esattamente lo stesso che ha provocato la morte di quasi due milioni di volatili e che ha costretto le autorità asiatiche all’abbattimento preventivo di anatre ed oche. E allora?

Lo studio di Lancet
Una risposta agli interrogativi ancora aperti arriva da un recentissimo studio di Lancet e sembra legata ad una proliferazione eccessiva delle citochine, cellule del sistema immunitario. Riprendendo la linea tracciata da un precedente studio statunitense, che aveva messo in evidenza come il virus H5N1 fosse in grado di resistere agli effetti inibitori di citochine come gli interferoni e il TNF- alfa, i ricercatori asiatici hanno confermato l’associazione tra questa infezione e gli alti livelli delle citochine presenti. Non solo. Essendo la produzione di citochine correlata con i sintomi influenzali più gravi, il passaggio successivo è consistito nel mettere in relazione gli effetti severi dell’infezione da H5N1 con l’eccessiva produzione di citochine nell’organismo ospite. Una iperproduzione che può indurre polmonite virale e quindi insufficienza respiratoria acuta, emofagocitosi e in ultima analisi disfunzioni multiorgano. La nuova ipotesi è così in contrasto alle precedenti teorie che sostenevano fosse il virus in sé, e non tanto la risposta immunitaria, ad avere un ruolo nella gravità degli effetti della trasmissione del virus aviario all’uomo. 

L'interpretazione
La chiave genetica alla base di questo fenomeno sembra risiedere in una proteina non strutturale del virus, la NS1. Sebbene piccola, questa proteina ha molte funzioni ed è indiziata come il principale strumento utilizzato dal virus influenzale per evitare l’innescarsi della risposta immunitaria. Va detto che virus come H5N1 hanno come caratteristica fondamentale quella di essere predisposti per coesistere con l’organismo animale e non con quello umano. Un fenomeno simile, infatti, non si verifica per altri virus di origine avicola per i quali non si ha un’analoga risposta massiccia delle citochine. Ma qual è la mutazione responsabile? Già studi precedenti avevano dimostrato che una sola modifica aminoacidica basta a conferire resistenza alle citochine. Non è del tutto chiaro agli autori della ricerca se una modifica analoga determini il rilascio eccessivo di citochine, quello che è certo è il coinvolgimento del gene NS1 che codifica per la proteina. Si tratta ora di stabilire che tipo di evoluzione abbia condotto a queste mutazioni e se si possano riscontrare analoghe mutazioni nei ceppi influenzali che scatenano le epidemie annuali, diverse ad ogni nuova stagione. L’auspicio è – secondo gli autori della ricerca - di sviluppare trattamenti in grado di combattere ogni nuovo ceppo e di essere così meglio preparati ai nuovi ceppi in arrivo e ad eventuali nuove pandemie. Tutto si gioca – sottolinea un editoriale che accompagna lo studio – nel delicato equilibrio tra virus e sistema immunitario. Se l’organismo, per effetto di un particolare virus, produce troppe citochine si può intervenire, stando attenti però, nel contempo, a non deprimere troppo il sistema immunitario.

Marco Malagutti


Fonte
Cheung CY et al. Induction of proinflammatory cytokines in human macrophages by influenza A (H5N1) viruses: a mechanism for the unusual severity of human disease? Lancet 2002; 360: 1831-37


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