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Ebola, il virus letale

L'ammalato apre la bocca e, soffocato, continua a vomitare senza fine. Continuerà a rigettare liquido anche molto tempo dopo che il suo stomaco si sarà completamente svuotato. Ha gli occhi color rubino e il suo viso è un ammasso inespressivo di ematomi. I punti rossi a forma di stella comparsi qualche giorno prima si sono allargati e fusi in estese zone color porpora; tutta la testa assume lentamente una tonalità nero-bluastra. I muscoli del viso si allentano; il tessuto connettivo si dissolve e sembra quasi che la faccia sia per staccarsi dal cranio...

Così Richard Preston descrive, in un best-seller diventato film, Virus letale, gli effetti devastanti del virus Ebola, salito recentemente agli onori delle cronache a causa del suo rapido diffondersi in Uganda. L'epidemia, una sorta di peste del 2000 letale per il 90% delle persone infettate, è partita dal nord del paese, dal distretto di Gulu, e si sta diffondendo in altri tre distretti, aiutata dalla mobilità della popolazione e dalle condizioni di estrema miseria in cui versano gli abitanti dell'area. I casi accertati sono 117 e i morti 42 ma le cifre potrebbero essere ben più alte, trattandosi di uno dei virus più letali al mondo. Ma di cosa si tratta esattamente?

Il virus: origine e distribuzione nel mondo
Fa parte della famiglia dei virus RNA filonegativi, anche noti come filovirus, dalla caratteristica forma allungata, ed è stato per la prima volta isolato nel 1976 nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), sul fiume Ebola, da cui prende il nome, causando morte nell'88% dei soggetti colpiti. Ebola causa febbri emorragiche molto severe ed ha uno sviluppo diverso a seconda dei casi. Finora sono stati isolati quattro ceppi del virus, di cui tre letali per l'uomo. Non è ancora chiaro peraltro dove sia ospitato anche se si è pressoché certi dell'origine animale: forse da alcuni tipi di scimmie oppure da mammiferi che vivono nella foresta pluviale africana. Ad oggi sono state riferite quattro grandi epidemie nel mondo di cui due nello Zaire e in Sudan nel 1976, con 550 casi e 340 morti registrate. La terza si è verificata sempre in Sudan ma con danni minori rispetto alle altre, infine epidemie piuttosto gravi si sono sviluppate nel Gabon e in Costa d'Avorio. Le epidemie di Ebola sono poco frequenti in paesi con buone politiche sanitarie, se non in episodi sporadici. Un episodio isolato ha innescato però la paura che Ebola sia arrivato negli Stati Uniti. È successo di recente per la misteriosa morte di un uomo di 26 anni del Wisconsin, che aveva trascorso un periodo in Africa, alle nostre latitudini un allarme analogo si è sviluppato in Germania, l'anno scorso, dopo che un uomo è tornato da un viaggio in Africa sanguinando dagli occhi e dalle orecchie.

Come si diffonde il virus
Come già detto non si conosce il serbatoio naturale del virus ne si sa quale animale lo trasmetta all'uomo, anche se si presume che il primo contagio per l'uomo sia arrivato dal mondo animale. Il virus si è poi trasmesso con grande facilità attraverso il contatto diretto con il sangue, con le secrezioni o con il seme di una persona infetta. In particolare è molto comune la trasmissione con la siringa infetta, è pratica piuttosto diffusa infatti nel Terzo Mondo il riutilizzo della siringa infetta. Il vomito e la diarrea degli ammalati sono poi pieni di virus, per cui nel contatto con i pazienti sono necessarie fondamentali precauzioni: mascherina, abiti di protezione e guanti, oltre a utilizzare tecniche di sterilizzazione straordinarie. Il virus comunque, benché assai contagioso non si trasmette per via aerea.

I sintomi e la diagnosi
Il quadro sintomatico varia da paziente a paziente, le prime manifestazioni si hanno comunque tra i 4 e i 16 giorni dopo il contagio. Inizialmente si ha forte mal di testa, febbre, brividi di freddo, dolori muscolari e perdita d'appetito, a seguire compare forte diarrea, eruzioni cutanee, ulcerazioni nella gola, vomito, dolori addominali e al torace. Essendo reni, fegato e milza i bersagli preferiti diminuisce la funzionalità di questi organi ed appaiono le prime emorragie interne ed esterne, i capillari e gli organi interni infatti "esplodono" provocando le emorragie. Nella fase finale nei capillari del malato si formano minuscoli coaguli di cellule morte che producono lividi sulla pelle e diventano vesciche che si dissolvono come carta bagnata. Dopo 6-7 giorni le arterie sanguinano e il sangue fluisce da ogni orifizio del corpo: occhi, orecchie, naso. A questo punto il paziente vomita un liquido nero, segno della disintegrazione dei tessuti. I ricercatori hanno di recente identificato il probabile meccanismo biochimico responsabile del danneggiamento dei vasi, identificando la proteina virale responsabile del processo. Hanno focalizzato la loro attenzione su una glicoproteina, ovvero una proteina modificata chimicamente all'interno della cellula per mezzo dell'aggiunta di uno zucchero. Questo tipo di proteine sono inserite sulla superficie esterna del virus attivo (costituito da RNA circondato da proteine) e i ricercatori hanno osservato che una specifica porzione della proteina era capace di indurre la lisi cellulare nei campioni di sangue umano, nonché di causare delle perdite nei vasi sanguigni in coltura, come accade per il sanguinamento degli organi interni osservato nelle persone infette. Una scoperta molto importante in prospettiva di una terapia per il virus. Tornando però all'evolversi della malattia, dai primi sintomi la morte sopraggiunge in 48-72 ore, cioè da 6 a 17 giorni dal contagio. La diagnosi è resa complicata dal fatto che i primissimi sintomi quali prurito e arrossamento degli occhi nonché le eruzioni cutanee, sono piuttosto comuni ad altri pazienti con patologie più ricorrenti. Se però nei pazienti incorrono i sintomi suddetti e si sospetta una infezione da Ebola possono essere approntati una serie di test di laboratorio che vanno dall'esame del sangue alle colture cellulari sia del sangue che delle feci.

Terapia e prevenzione
Non esiste né vaccino né cura per Ebola. I focolai del virus scoppiano e si estinguono molto presto, si ha moltiplicazione virale all'interno della cellula occupata e poi le copie fanno esplodere la cellula uccidendola. I pazienti ricevono una terapia di supporto che consiste nell'ingerire fluidi via endovenosa, perché soffrono una disidratazione continua. I pazienti hanno poi bisogno di assistenza continua con il controllo della pressione e il trattamento di qualsiasi complicazione ulteriore. Nel 1995 otto pazienti sono stati trattati con il sangue di individui precedentemente infettati dal virus. Sette degli otto pazienti sono sopravvissuti, ma si è trattato comunque di uno studio troppo ridotto per poterne assicurare l'efficacia. A partire poi dalla scoperta della proteina responsabile del meccanismo di lisi cellulare che caratterizza Ebola, i ricercatori hanno iniziato a illuminare la strada verso la possibilità di elaborare una terapia capace di combattere il virus, sono state infatti rivelate anche le proteine importanti per consentire la penetrazione del virus nelle cellule endoteliali. La speranza è di scoprire la funzione e l'importanza di ogni proteina virale all'interno dell'invasore. Ad oggi non è ancora stato identificata alcuna tecnica di immunizzazione efficace, anche se recenti studi epidemiologici hanno messo in evidenza in diversi gruppi dello Zaire la presenza di anticorpi all'Ebola: nei pigmei, per esempio, sono tre volte più elevati rispetto ad altre popolazioni, ci si augura che questo indichi un possibile adattamento al virus per ora non chiarito. Dal punto di vista della prevenzione, come già sottolineato, il personale sanitario è quello più a rischio maneggiando sangue e secrezioni e utilizzando cateteri e siringhe. Per questo l'Organizzazione Mondiale della Sanità e i CDC (Centers for Disease Control) di Atlanta hanno fissato delle linee guida per il controllo e la prevenzione della terribile febbre emorragica.

Centers for Disease Control
La mobilitazione per contenere l'epidemia di febbre emorragica nell'emergenza ugandese, ha visto in prima linea epidemiologi dei Centers for Disease Control di Atlanta, che si occupano di controllo e prevenzione delle malattie infettive. Ma di cosa si tratta più precisamente? I CDC sono una delle più autorevoli organizzazioni a livello internazionale che si occupa di malattie acute e croniche, di fattori di rischio e di infezioni ospedaliere. Presso i CDC Ebola è stato isolato per la prima volta negli anni '70, non a caso quindi tre scienziati americani del centro hanno portato in Uganda un sofisticato laboratorio diagnostico per individuare con certezza il virus nel sangue dei pazienti. I CDC infatti spendono da anni miliardi nella ricerca su Ebola. L'istituzione americana ha come sua "missione" quella di promuovere salute e qualità della vita prevenendo e controllando disagi e malattie, è strutturata in 11 divisioni : la parte amministrativa, l'ufficio di programmazione epidemiologica, prevenzione e controllo delle malattie croniche, malattie genetiche e ambientali, il centro statistico, prevenzione dell'HIV e della Tubercolosi, malattie infettive, prevenzione e controllo dalle lesioni, programma di immunizzazione, centro della medicina del lavoro e infine l'ufficio di programmazione della salute pubblica. Un'istituzione molto articolata con 7800 dipendenti distribuiti nelle varie sedi americane, che è sempre in prima linea nell'intervento e nell'informazione sulla salute.

Prospettive future
La grande patogenicità del virus ha fino ad ora impedito di fatto lavori sperimentali di studio su Ebola. Ora però con l'avvento della tecnica del DNA ricombinante si incomincia a capire di più sulla struttura molecolare del virus e sui dettagli delle sue modalità di replicazione. Questi nuovi approcci tra l'altro potrebbero favorire una più accurata definizione del virus, della sua origine e delle sue modalità di trasmissione.

Marco Malagutti


Approfondire
  • Centers for Disease Control
  • World Health Organisation
  • Linee guida per il controllo dell'infezione
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