Dopo il trauma la resilienza

20 giugno 2008

Dopo il trauma la resilienza



Che cosa permette di reagire di fronte alle situazioni di sofferenza, da quelle più gravi, come una guerra, una alluvione, un terremoto, a quelle più frequentemente riscontrabili quotidianamente, come il venire offesi, derisi, stigmatizzati?
Che cose fa sì che due persone, poste nella medesima situazione, reagiscano con modalità differenti a tali sofferenze, chi in modo positivo e propositivo, chi in modo negativo, di totale chiusura e nichilismo?
La risposta è: la 'resilienza'.

Una definizione completa
Il concetto di resilienza (resiliency) è nato e si è sviluppato negli Stati Uniti e racchiude le idee di elasticità, vitalità, energia e buon umore. 
Si tratta di un processo, un insieme di fenomeni armoniosi grazie ai quali il soggetto si introduce in un contesto, affettivo, sociale e culturale. 
La resilienza non si acquisisce una volta per tutte, ma rappresenta un cammino da percorrere: l'esistenza è costellata da prove, ma la resilienza e l'elaborazione dei conflitti consentono, nonostante tutto, di continuare il proprio percorso di vita. 
Le risorse interne acquisiste fino al momento del trauma permettono di reagire ad esso: in modo particolare, risultano determinanti il possesso di un attaccamento sicuro ad una figura di riferimento, non sempre né necessariamente la madre, ed i comportamenti seduttivi, che consentono di essere benvoluti e in grado di riconoscere ed accettare gli aiuti che vengono offerti dall'esterno. Colui che non è riuscito a raggiungere tali acquisizioni fino a quel momento, potrà conseguirli successivamente, pur con maggiore lentezza, a condizione che l'ambiente circostante disponga intorno a lui qualche tutore di resilienza.
La resilienza non è una qualità dell'individuo, ma un divenire, che inserisce lo sviluppo della persona in un contesto e imprime la sua storia in una cultura. Sono, dunque, l'evoluzione e la storicizzazione della persona ad essere resilienti, più che il soggetto in sé. 

I presupposti del processo
Il termine di una situazione spiacevole, paradossalmente, non coincide con la fine delle sofferenze, ma, al contrario, sancisce il momento del loro inizio. 
La fine di una violenza, di qualsiasi forma si tratti, pone colui che l'ha subita di fronte ad una serie di interrogativi ai quali deve essere data risposta: "Perché, che senso ha quanto mi è accaduto, quale è il posto che tutto ciò occupa nella mia vita ..?".
Si tratta, sostanzialmente, di compiere un percorso di ricerca del significato e di collocazione all'interno della storia individuale, prima solo per se stessi, poi, successivamente, da condividere con i propri cari. In tale cammino si andrà incontro a due grandi forme di dolore: quella vera e propria del trauma e quella della sua successiva rappresentazione.
Solo in tal modo, però, è possibile, rivalutare la propria sofferenza, modificare l'idea che si ha di essa, integrarla nella propria storia individuale, oltre che viverla come un valore aggiunto per la propria persona, che rende sensibili, a sua volta, alle sofferenze altrui, alle quali si sarà portarti a porre rimedio. 
Le ferite non si rimargineranno mai completamente: rimarranno sempre una zona di vulnerabilità, un punto debole, che, d'altro canto, potranno rappresentare un punto di forza, nella misura in cui permetteranno di vivere appieno il nuovo stato di realizzazione personale raggiunto, assimilabile alla condizione del cigno che si è sviluppato a partire dal brutto anatroccolo della nota favola di Andersen.
Ognuno di noi, a nostra volta, può imparare molto dalle persone che sono state sfregiate nel corso della loro vita: esse, con il loro esempio, possono indicare che è possibile risanare le ferite subite, oltre che insegnare come fare.
In questa prospettiva, il trauma rappresenta una sfida che mobilita le proprie risorse interne, oltre che quelle socioculturali dell'ambiente circostante: non ci si può esimere dall'accettare tale sfida, perché la vittoria rappresenta il raggiungimento di un equilibrio nuovo e superiore, rispetto a quello da cui si era partiti.

I tutori della resilienza
Ogni individuo ha il suo temperamento. Il temperamento rappresenta una disposizione a comportarsi e a sviluppare la propria personalità in un determinato modo. Indica il 'come' ci si sviluppa, più che il 'perché'. Esso è influenzato sia dai determinanti genici, sia dal contesto socioculturale in cui si vive. L'espressione "determinante genico" non è sinonimo di non modificabilità, al contrario, a volte, è più facile correggere, ad esempio, una alterazione metabolica, che non un pregiudizio.
Il temperamento non è soltanto un comportamento, ma anche una modalità che consente di inserirsi nel proprio ambiente e che influisce sulle risposte altrui nei propri confronti.
L'ambiente di vita, in particolare quello familiare, risente delle aspettative genitoriali, delle immagini interiorizzate, della loro storia individuale, che agiscono già prima della nascita stessa del figlio. 
Anche l'ambiente socioculturale esterno interviene piuttosto precocemente ad influenzare il temperamento. In ogni caso, però, non si deve mai pensare a principi di causalità lineari e irreversibili.
Nel momento in cui l'esistenza di una persona viene turbata da una difficoltà, egli si trova a fronteggiarla tramite il capitale psichico acquisito fino a quel momento. 
In modo particolare, un valido fattore di resilienza è la socializzazione: quanto più numerose saranno le persone sulle quali poter contare, tanto più elevate saranno le possibilità di successo.
Ad essa si accompagna la seduzione, uno stile relazionale ed una modalità di risoluzione dei conflitti che porta ad essere benvoluti, oltre che in grado di riconoscere ed accettare le forme di aiuto offerte.
La presenza di persone disposte all'ascolto consente di mettere in atto un altro tutore della resilienza: il racconto. In un primo momento esso sarà interiore, cioè si tratterà di una narrazione a se stessi dell'accaduto, del suo significato e della sua collocazione all'interno della propria esistenza. Successivamente, affinché non si corra il rischio di sprofondare in una forma di comunicazione delirante, si tenderà a condividere con le persone care tali racconti che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbero limitarsi ad accogliere quanto detto, evitando incredulità, condanna, rifiuto o negazione, che renderebbero ancora più dolorosa la condizione del resiliente. 
Per comunicare e condividere la propria esperienza il resiliente ha un ulteriore tutore: l'umorismo. Esso ha valore liberatorio e consente una rielaborazione cognitiva dell'emozione associata alla rappresentazione del trauma. Permette di trasformare la sofferenza in un evento sociale piacevole, che, a sua volta, favorisce la riduzione delle distanze con gli altri e modifica l'immagine che essi hanno della persona ferita, non più vittima sofferente, ma costruttore attivo della propria esistenza.
Nel racconto, inoltre, è insito un altro fattore di resilienza: la creatività. Il suo risveglio viene innescato da una mancanza: per evitare la sofferenza ad essa associata, è necessario riempire tale spazio con un oggetto, che assumerà, successivamente, il valore di simbolo. Un esempio significativo di tale condizione è rappresentato dalla malattia: la compensazione dello stato di mancanza insito in essa si può raggiungere, ad esempio, tramite un compito sociale, che conferisce un senso di utilità e di responsabilità e che permette di sentirsi valorizzati e di riscattarsi. 
E' necessario precisare, però, che, nonostante il trauma possa stimolare la creatività per una finalità adattiva, ciò non significa che le persone ferite diventeranno necessariamente creative, molto dipende dal contesto socioculturale di riferimento. D'altra parte, non tutte le persone creative sono costrette alla sofferenza.
Un altro fattore di resilienza è rappresentato dal sogno: esso consente di rielaborare, familiarizzare e metabolizzare quanto accaduto. Ciò che viene trasformato nel sogno non è l'evento traumatico in sé, ma l'impressione, il significato e il sentimento associati alla sua rappresentazione. Se l'ambiente circostante consentirà alle proprie difese di governare tale impressione, l'attività onirica sarà minore. Se il contesto ostacolerà le difese, si diventerà prigionieri dei propri sogni. 
Potrà sembrare, a prima vista, paradossale, ma anche il senso di colpa, il considerarsi responsabile del male subito può rappresentare una valida forma di resilienza. Esso induce il desiderio di riparare donando se stessi, aiutando gli altri e permette, in tal modo, di sentirsi forti, generosi, fiduciosi e utili. Il dono, quindi, consente di riscattarsi e di modificare l'immagine che si ha di se stessi, sia di fronte a sé, sia di fronte agli altri.
Per concludere: in qualsiasi momento della vita è possibile avvalersi delle strategie di resilienza, anche se i bambini sembrano essere avvantaggiati in tal senso, perché sono in grado di mettere in atto cambiamenti molto più profondi degli adulti, che, spesso, sono irrigiditi dalle loro esperienze e concezioni del mondo. 
In linea generale, però, nessuna sofferenza è irrimediabile, ma può essere trasformata, grazie ai tutori della resilienza, e vissuta come occasione di cambiamento e di miglioramento di se stessi e della propria esistenza.

Anna Fata


Fonti
Cyrulnik B. I brutti anatroccoli. Le paure che ci aiutano a crescere. Frassinelli, 2002

Szafran A.W. e A. Nysenholc (a cura di) Freud et le rire. Métailié, Parigi 1994


 



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