L'iceberg celiaco

27 giugno 2003

L'iceberg celiaco



In passato la celiachia era considerata una patologia rara, con una frequenza media in Europa di un caso ogni 2000-3000 soggetti. Unica eccezione era rappresentata dall'Irlanda occidentale, con una incidenza di un caso ogni 450 soggetti. Un'anomalia, secondo l'allora primario pediatra irlandese, causata dal cambiamento delle abitudini alimentari occorso tra l'ottocento, quando la patata era l'alimento fondamentale, ed il secolo seguente, allorché i cereali contenenti glutine avevano invece preso il sopravvento. Un carico di glutine in una popolazione non avvezza che avrebbe potuto contribuire a spiegare l'aumento d'incidenza della celiachia. In ogni caso questi numeri hanno varcato i confini irlandesi raggiungendo tutti i paesi europei, compresa l'Italia, dove oggi la frequenza della celiachia è ben più alta rispetto a vent'anni fa. Ma che cosa è successo?

Non più malattia rara
Grande merito va sicuramente attribuito al potenziamento delle indagini diagnostiche, grazie alle quali oggi la diagnosi di celiachia è divenuta facile. Indagini a tappeto svolte negli anni '90 su campioni di popolazione generale, ne hanno così messo in evidenza una prevalenza ben maggiore. Fino ad arrivare ad uno studio multicentrico italiano condotto su un campione di circa 17000 studenti che ha riscontrato una frequenza di celiachia pari ad un caso ogni 180 ragazzi. Dati simili a quelli riportati in altri paesi europei ed anche negli Stati Uniti, dove sembrava essere rarissima. L'ultimo studio epidemiologico in ordine di tempo è stato condotto dall'Irccs Burlo Garofalo di Trieste in collaborazione con l'Università americana del Maryland. Utilizzando il modello già sperimentato dall'Istituto su 3800 triestini, l'analisi americana condotta su un campione di oltre 13 mila persone ha fornito un dato di incidenza della malattia pari a 1 caso su 100 nati. Una patologia quindi piuttosto comune che ha acquisito una dimensione sociale, al punto che si discute se sia opportuno uno screening di tutta la popolazione giovanile, allo scopo di prevenire le possibili complicanze della celiachia mediante un tempestivo trattamento dietetico. I celiaci potenziali, infatti, sarebbero 380 mila, ma ne sono stati diagnosticati 35 mila Ecco perché si parla di iceberg celiaco ad indicare la parte visibile ben minore di quella sommersa che non viene riconosciuta. Due le cause di questa situazione, secondo Carlo Catassi Presidente del Comitato Scientifico Nazionale dell'AIC (Associazione Italiana Celiachia), da una parte la grande variabilità clinica della celiachia, dall'altra l'inadeguata conoscenza del problema da parte del medico. Urge, perciò, una maggiore diffusione della "cultura della celiachia", non solo a livello della classe medica ma anche della opinione pubblica in generale. 

Non solo bambini
Una volta veniva riconosciuta quasi esclusivamente quella che oggi si definisce la forma tipica: il bambino con diarrea cronica, calo di peso e grave stato di malnutrizione. In effetti molti casi si manifestano con sintomi lontani dall'intestino come bassa statura, anemia, osteoporosi, epilessia o infertilità. La celiachia, così, non è più una malattia di pertinenza solo del gastroenterologo o del pediatra ma riguarda sempre più medici. Non solo. È frequente in tutte le fasce d'età ed è più comune in alcune categorie a rischio, soprattutto i familiari del celiaco, i pazienti affetti da patologie autoimmuni (diabete insulino-dipendente o tiroidite), sindrome di Down o deficit di IgA. Nei casi diagnosticati in età adulta si rivela una forma subclinica, con dolori addominali e meteorismo, spesso transitori attribuiti erroneamente a colon irritabile. La celiachia, inoltre, colpisce le donne in misura doppia rispetto agli uomini, anche se secondo i dati forniti dall'AIC la legge prevede rimborsi in base al sesso per l'acquisto di alimenti che penalizzerebbero le donne.

Non solo occidente
Un altro passo avanti recente riguarda il fatto che la celiachia non è più considerata un problema esclusivo dei paesi occidentali. Molti degli studi epidemiologici, infatti, vengono da questi paesi e parlano di un'incidenza molto alta in Irlanda, in Finlandia, e, leggermente inferiore, in Norvegia e Svezia. In realtà oggi la malattia è segnalata con frequenza elevata in aree in via di sviluppo quali l'Africa del Nord, il Medio Oriente e l'India. Paesi dove spesso il quadro della celiachia è drammatico poiché va a colpire un soggetto già "provato" dalla malnutrizione e dalle infezioni intestinali endemiche. E dove oltretutto è difficile pensare all'applicazione del trattamento dietetico vista la carenza generalizzata di cibo. 

Marco Malagutti


Fonti
Fasano A. Prevalence of Celiac Disease in At-Risk and Not-At-Risk Groups in the United States. Arch Intern Med. 2003;163:286-292.

Bardella M.T. Increased Prevalence of Celiac Disease in Patients With Dyspepsia. Arch Intern Med. 2000;160:1489-1491.

Ivarsson A. Epidemic of celiac disease in Swedish children Acta Paediatr 2000; 89:165 



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