Diabete: il viaggio come terapia

18 febbraio 2016
Interviste

Diabete: il viaggio come terapia





Lasciarsi tutto alle spalle (posto fisso in banca compreso) e partire per un viaggio di 1000 giorni intorno al mondo con una sola regola da seguire (quella di non prendere aerei...) e un unico compagno di viaggio: il diabete di tipo 1, con il quale convive dall'età di 9 anni. Questa, in sintesi, la bellissima sfida che Claudio Pelizzeni, 33 anni, piacentino, ha lanciato a se stesso: viaggiare per riprendersi i propri spazi e riappropriarsi del proprio tempo, osservando e incontrando persone, paesaggi, culture diverse.

Diabete: il viaggio come terapia


Per Claudio "sfida" non è la parola corretta da usare: si tratta piuttosto di un sogno che si realizza e l'idea di non utilizzare gli aerei rende il tutto più lento, sicuramente meno facile (attraversare i confini spesso si rivela una vera e propria impresa...) ma anche un po' più avventuroso. Un sogno che sta portando avanti, giorno dopo giorno, in compagnia del suo diabete ("che non è un limite, anzi è per me è una condizione di assoluta normalità che, semmai, mi ha responsabilizzato e non penalizzato", sottolinea), con il caloroso supporto della comunità del web che lo segue quotidianamente sul suo video blog Trip Therapy e sui social network. Partito dall'Italia a maggio 2014, Claudio sta percorrendo il suo tragitto intorno al mondo che lo ha portato dapprima verso Est, seguendo il sorgere del sole, a toccare città come Mosca e Pechino per poi approdare in Tibet, India, Thailandia, Indonesia e infine in Australia. Da lì eccolo alla volta del Canada e del Sud America fino a concludere il suo viaggio, tra circa un anno, nel continente africano, che conta di raggiungere con un cargo mercantile. Abbiamo contattato Claudio al telefono per farci raccontare la sua esperienza.

Diabete: il viaggio come terapia


Dove ti trovi in questo momento?
«Sono in Bolivia, al nord del paese, in attesa di recarmi in Amazzonia. Sono in Sud America da circa tre mesi e questa parte di mondo mi ha letteralmente conquistato. È un territorio che voglio esplorare con calma, per assaporarne ogni sfumatura. In particolare, conto di fermarmi a lungo in Brasile, una volta rientrato dall'Amazzonia».

Claudio, parlaci del tuo compagno di viaggio: come ti sta condizionando, a livello logistico, il diabete?
«Hai detto bene: è solo una questione di logistica. Infatti, il mio rapporto con il diabete non è cambiato molto rispetto a quando ero a casa. Per esempio, ho dovuto imparare a gestire le scorte annuali di insulina e strumenti diagnostici. Per fortuna ho parecchi amici che ogni tanto mi raggiungono e mi portano ciò di cui ho bisogno: l'organizzazione è fondamentale. Ci tengo a ribadire che il diabete non è per me un limite insopportabile, ma un'opportunità: mi ha responsabilizzato profondamente».

Come conservi le medicine?
«Cerco di tenerle al fresco e di riporle in frigorifero appena mi è possibile. Comunque l'insulina resiste anche 28 giorni a temperatura ambiente! Spesso le persone si creano fobie o paranoie inesistenti. Rimango basito quando i medici mi raccontano che ci sono diabetici che hanno timore persino ad andare a mangiare una pizza con gli amici...».

Il diabete non è un limite


Il diabete non è un limite...
«Il diabete, per me, non è assolutamente un limite bensì un'opportunità: con le dovute attenzioni, consente di condurre una vita normalissima. Il diabete mi ha responsabilizzato e stimolato a ricercare uno stile di vita più sano e attivo».

Che bilancio puoi fare, fino a questo momento, della tua esperienza di diabetico in relazione ai cibi (spesso strani) che hai incontrato nel giro intorno al mondo?
«Ecco: l'alimentazione non è un aspetto proprio semplice da gestire. Posso dire che la Bolivia non è un paese per... diabetici! Qui c'è solamente riso e pollo fritto (in olio pessimo, peraltro), senza la possibilità di avere un'insalata o della verdura: la glicemia ne risente pesantemente. Sento la responsabilità del dover "agire da solo" e per questo mi rivolgo appena posso ad Alessandra Bosetti, dietista clinico della Clinica pediatrica A.O. Luigi Sacco di Milano, con la quale ho contatti quasi quotidiani, e a Stefano Genovese, responsabile dell'Unità di diabetologia e malattie metaboliche Irccs MultiMedica di Sesto San Giovanni (Milano): loro mi aiutano molto nella scelta e nella gestione dei cibi particolari che incontro nel mio percorso».

Il paese migliore, dal punto di vista nutrizionale?
«Il Perù: qui c'è la dieta ideale per il diabetico! Battute a parte, in Perù la mia curva glicemica era perfetta: trovavo tanta frutta, verdure di ogni tipo e in particolare la yucca, un tubero ricco di fibra alimentare, che però tiene bassa la glicemia».

La curva glicemica è influenzata positivamente anche dall'attività fisica


E i peggiori?
«Oltre alla Bolivia, aggiungo la Mongolia (dove si trova solo carne di montone, cetrioli e patate) e il Nepal. Davvero pessimi dal punto di vista alimentare per un diabetico...».

La tua curva glicemica immagino sia influenzata positivamente anche dall'attività fisica...
«Certo. Ogni giorno cammino per 15 o 20 chilometri, spesso faccio trekking e mi è capitato di praticare Sup (Stand up puddle, una variante del surf: si sta in piedi su una tavola e ci sposta pagaiando). Tutta questa attività si è tradotta in una diminuzione del 30 per cento della mia quota di insulina quotidiana. Fare attività fisica mi fa stare meglio. Quando mi trovavo in Perù lavoravo alla reception di un ostello: la mia glicemia, per via della mia giornata "sedentaria", si è alzata immediatamente... Ci tengo a sottolineare che svolgere ogni giorno esercizio fisico, anche se moderato come la camminata, aiuta a migliorare il diabete. Insomma: la vita sedentaria è il peggio che ci possa essere per un diabetico!».

La cosa più bella che ti è capitata finora?
«Tante, tutte diverse: ogni giorno esperienze e sensazioni incredibili. La natura è una scoperta nuova in ogni istante, se si impara a osservarla. Comunque, se dovessi fare una scelta, direi l'esperienza nell'orfanotrofio in Nepal: quei bambini mi hanno insegnato la vita...».

Simona Recanatini


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