Tunnel carpale: prima e dopo la chirurgia

02 marzo 2011
Focus

Tunnel carpale: prima e dopo la chirurgia





La sindrome del tunnel carpale colpisce all'incirca una persona ogni venti, in genere dopo i 30 anni d'età. Si manifesta con sintomi tipici a carico della mano coinvolta: formicolio alle prime tre dita e a metà del quarto dito. Le donne ne soffrono tre volte più degli uomini, specie tra i 45 e i 60 anni, e di solito l'incidenza è maggiore sull'arto dominante (in genere il destro). Quando la compressione del nervo mediano, che passa nel tunnel carpale, diventa molto dolorosa, e tale da compromettere l'attività lavorativa o le normali attività quotidiane, l'intervento chirurgico è l'unico approccio capace di garantire una risoluzione completa e soddisfacente del problema. Per capire che cosa comporta questo tipo d'intervento Dica33 ne ha parlato con un chirurgo che se ne occupa direttamente, Alessandra Scalese, aiuto presso l'Unità operativa di Chirurgia della mano I dell'Istituto ortopedico Galeazzi di Milano.


«Intanto devo sottolineare che la sindrome del tunnel carpale non è precisamente una malattia, ma piuttosto un sintomo» dice Alessandra Scalese «nel senso che i sintomi indicano la compressione nervosa, che però può essere dovuta a cause diverse». Detto questo quando la sintomatologia è conclamata il medico di medicina generale può prescrivere un'elettromiografia e, in caso di referto positivo, inviare il paziente dallo specialista. A questo punto il chirurgo procede a un esame clinico accurato e, se necessario, prescrive accertamenti diagnostici più approfonditi. «Il corretto inquadramento diagnostico è fondamentale per stabilire se e come intervenire» se questo percorso avviene a regola d'arte e il chirurgo riscontra una situazione "pura" l'intervento chirurgico di decompressione è fattibile e consigliabile. «Si tratta» spiega la dottoressa Scalese «di un intervento ambulatoriale, che dura al massimo 10-15 minuti, eseguito in anestesia locale. Pur con alcune differenze a seconda della tecnica preferita dal chirurgo, le incisioni sono piccole, perciò il decorso post operatorio è quello di guarigione della ferita». Circa due settimane durante le quali non è necessaria l'immobilizzazione completa della mano: il bendaggio è morbido e consente di muovere le dita, basta non sollevare pesi e non stringere con forza la mano. A cicatrizzazione riuscita si torna normalmente alle proprie attività, anche se la ripresa lavorativa può essere più graduale nel caso di lavori manuali pesanti.

«Non serve e non è utile alcun tipo di fisioterapia» ha sottolineato Scalese «perché l'intervento non coinvolge un'articolazione e perciò non è necessaria una rieducazione alla mobilità». Questo è molto importante e non va confuso con il ricorso a eventuali terapie laser o a ultrasuoni che può rendersi necessario, sempre a giudizio del medico, nei pazienti che dovessero sperimentare un dolore persistente alla cicatrice. «Questo dolore (in inglese "pillar pain") è la complicanza più frequente nel post intervento, dovuta ai tessuti interessati dalla chirurgia» specifica Scalese. Questa complicazione si risolve spontaneamente entro un massimo di 2-3 mesi, ma se per il paziente il dolore è troppo limitante si può intervenire per anticipare il decorso. Le tecniche chirurgiche disponibili sono diverse, inclusa quella endoscopica, che però in questo ambito specifico non sembra garantire una riuscita migliore. «Il consiglio che mi sento di dare» suggerisce la dottoressa «è di farsi valutare e seguire da un chirurgo ortopedico, meglio se specializzato nella chirurgia della mano, così da essere in grado di captare eventuali anomalie, e di fidarsi delle sue scelte».

Elisabetta Lucchesini


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