Infarto, il cuore si salva con la prevenzione

25 marzo 2011
Focus

Infarto, il cuore si salva con la prevenzione



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La mortalità per le malattie ischemiche del cuore, maggiore negli uomini rispetto alle donne, rappresenta nella popolazione adulta (35-74 anni) il 12% di tutte le morti e l'infarto acuto del miocardio, da solo, fa registrare l'8% dei decessi. Anche la prevalenza delle malattie cardiovascolari, che rappresenta la percentuale di soggetti con malattia sul totale della popolazione, registra cifre più favorevoli alle donne, soprattutto per l'infarto. Secondo le stime dell'Osservatorio epidemiologico cardiovascolare, infatti, la prevalenza dell'infarto è l'1,5% negli uomini e lo 0,4% nelle donne, poi nella popolazione anziana (65-74 anni) le cifre crescono molto: 3,6% negli uomini e 1,1% nelle donne. Mentre dopo la menopausa (50-74 anni) la donna perde il suo vantaggio e la prevalenza stimata d'infarto raddoppia (0,8%). Alla luce di questi dati risulta di fondamentale importanza la prevenzione che allo stato attuale delle conoscenze può davvero ridurre il numero di eventi cardiovascolari. Lo conferma a Dica33 Maria Grazia Modena, direttore della cattedra di Cardiologia dell'università di Modena e Reggio Emilia.

«In presenza di uno o più dei fattori di rischio noti», spiega Modena «bisognerebbe sottoporsi a una visita cardiologica di controllo, e magari a un elettrocardiogramma» almeno una volta nella vita, senza attendere la comparsa di qualche disturbo. E se invece si avvertono dei disturbi, quali sono quelli che possonofar sospettare una sofferenza cardiaca? «In linea generale la comparsa di palpitazioni, gambe gonfie, astenia, fatica a respirare, indica una sofferenza, probabilmente cardiocircolatoria, che necessita di un adeguato inquadramento diagnostico». Ma anche in assenza di fattori di rischio e di disturbi specifici, ricorda Modena, «è comunque opportuno programmare un controllo dal cardiologo: dopo i 40 anni per l'uomo e dopo la menopausa per la donna».

Con le cure oggi disponibili un infarto si può superare, tranquillizza la professoressa, «se curato bene e in tempo si può ritornare a svolgere il proprio lavoro con gli stessi ritmi di prima e una donna può persino programmare una gravidanza, anche se è molto raro che l'evento acuto si manifesti in età fertile». Per un completo recupero è importante lo stile di vita: per esempio è sempre opportuno svolgere attività fisica: «venti minuti, mezz'ora al giorno sono utilissimi, meglio camminare a passo svelto, oppure correre, ma qualsiasi disciplina sportiva va bene, sono controindicati solo gli sport agonistici». Decisivo è anche il rispetto delle terapie prescritte, che per le donne può essere più difficile perché «manifestano più effetti collaterali, ma ci sono sempre alternative sotto una guida» precisa Modena. Però le differenze tra uomini e donne sussistono anche prima, sia nella prevalenza sia nella sintomatologia dell'attacco, ed è importante conoscerle e prestarvi attenzione per intervenire con modi e tempi giusti. «L'infarto si presenta con sintomi diversi nella donna rispetto all'uomo. Nella donna è meno frequente il dolore toracico, mentre spesso compaiono dolore alla schiena o al collo, nausea, vomito, stanchezza profonda, dispnea cioè difficoltà a respirare». I sintomi appena descritti, oppure la comparsa del "classico" senso di oppressione, schiacciamento al torace irradiato al collo e al braccio sinistro, «sono segni» specifica Modena «che devono allarmare il paziente, o i suoi familiari, e indurre a rivolgersi rapidamente a un Pronto soccorso». Il fattore tempo, in caso d'infarto, è determinante specie per le donne, che in genere sono più anziane e arrivano più tardi al soccorso, per questo è meno facile che siano sottoposte all'angioplastica coronarica entro le due ore raccomandate, oppure ricevono trattamenti meno intensivi rispetto agli uomini.

Elisabetta Lucchesini


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