Morbillo, rosolia e orecchioni tornano in Italia

04 maggio 2011
Focus

Morbillo, rosolia e orecchioni tornano in Italia



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Malattie del passato, che interessano per lo più i bambini e che non fanno notizia, in genere è questo ciò che si percepisce, quando si parla di malattie esantematiche come morbillo rosolia e orecchioni (parotite). A meno che tutte le autorità sanitarie nazionali e internazionali, diffondendo dati epidemiologici aggiornati, non dicano che non solo non se ne sono mani andate, come magari altre debellate da anni, quali il vaiolo o la poliomielite, ma stanno avendo un'impennata che riguarda in primo luogo l'Italia.

Sono, infatti, proprio i dati presentati in occasione della Settimana europea dell'immunizzazione, che ha coinvolto ben 52 paesi, che dicono che l'Italia è tra i paesi più colpiti da un aumento di nuovi casi. Le cifre sono state raccolte dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) in un rapporto epidemiologico 2010, che si riferisce all'anno 2008: nel nostro paese ci sono stati 5.311 casi di morbillo, cinque volte più che in Germania, più di tre volte rispetto ai casi della Gran Bretagna e più di metà rispetto ai 9.404 casi registrati in tutta l'Europa. A questo primato, si aggiungono 1.387 casi di parotite e 6.183 casi di rosolia, quest'ultima è praticamente scomparsa nel resto dell'Europa occidentale, mentre la maggior parte degli oltre 21mila casi totali si concentra nei paesi dell'Est. La battaglia ha, comunque, un respiro globale, dal momento che la stessa Organizzazione mondiale della sanità ha dichiaratamente fallito l'obiettivo di eradicare il morbillo entro il 2010 e lo ha spostato al 2015. «In Italia si registra un aumento di casi, la segnalazione di 12-15 casi di rosolia congenita e il riemergere del morbillo nella popolazione giovane-adulta non vaccinata» spiega Alessandro Rossi, responsabile dell'area malattie infettive della Società Italiana di Medicina Generale (Simg). E aggiunge: «Queste malattie vengono percepite come "non gravi" e poiché i vaccini le hanno debellate si avverte meno l'importanza di vaccinarsi. In un certo senso i vaccini sono vittime del loro stesso successo». Eppure, possono avere conseguenze gravi, le più note delle quali sono sicuramente quelle che interessano la gravidanza, periodo in cui la rosolia determina la sindrome da rosolia congenita con gravi malformazioni nel feto. «I rischi associati a queste due malattie sono legati in particolare alla gravidanza, con gravi conseguenze per il feto» conferma Rossi «ma nei bambini la forma acuta del morbillo può avere complicanze che portano a encefaliti e polmoniti».

Si tratta di malattie efficacemente prevenibili con i vaccini, per altro disponibili in Italia come vaccino trivalente Mpr (morbillo-parotite-rosolia), ma, secondo gli esperti, i dati epidemiologici rispecchiano la situazione vaccinale non ottimale, vale a dire sotto il 95% della copertura (<95% obiettivo ottimale) e differenziata sul territorio. L'Epicentro dell'Istituto superiore di sanità, all'inizio dell'anno ha segnalato che solo il 28% delle Asl italiane ha raggiunto l'obiettivo per la prima dose di vaccino Mpr, nei bambini sotto i due anni di età, e meno del 5% l'ha raggiunto per la seconda dose nelle coorti di nascita 1991-2001. Inoltre, solo nel 30% delle Asl viene effettuata, nei punti nascita, la vaccinazione delle puerpere non immuni alla rosolia. La necessità di concentrarsi sull'eradicazione del morbillo e in particolare della rosolia congenita, è anche oggetto di un piano straordinario varato dal ministero della Salute e approvato con l'Intesa Stato-Regioni del 23 marzo 2011. Tra gli obiettivi specifici, il Ministero indica il raggiungimento della copertura ottimale per le due dosi di Mpr (la prima entro i 24 mesi di vita, la seconda entro il 12mo anno), la riduzione della percentuale di donne in età fertile suscettibili alla rosolia a meno del 5%, e un miglioramento della sorveglianza epidemiologica del morbillo, della rosolia, della rosolia in gravidanza e della rosolia congenita e degli eventi avversi a vaccino. «C'è sicuramente una crescente diffidenza nei confronti dei vaccini» conclude Rossi «che è positiva se nasce dalla necessità, tipica di una società moderna, di essere ben informati su ciò che riguarda la salute, ma che purtroppo comprende anche una parte meno accettabile alimentata dalla diffusione su Internet, tramite gruppi e social network di informazioni infondate contro la vaccinazione».

Simona Zazzetta


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