Talassemia, nuove terapie e diagnostica all’avanguardia

20 maggio 2011
Interviste

Talassemia, nuove terapie e diagnostica all'avanguardia



talassemia globuli rossi


La recente Giornata mondiale della talassemia è stata l'occasione per fare il punto sulla malattia. L'identikit dei pazienti è in costante evoluzione e i dati positivi non mancano: a partire dall'età media cresciuta di dieci anni nell'arco di un decennio, fino a una qualità di vita significativamente migliorata, grazie a trasfusioni sicure, nuove terapie chelanti e "imaging" di avanguardia che svela pericolosi accumuli di ferro. Dica33 fa il punto della situazione con Renzo Galanello, direttore del dipartimento di Scienze biomediche e biotecnologie dell'Università di Cagliari.

Oggi i pazienti talassemici diventano adulti, si sposano e riescono a condurre una vita normale. Segno di questo cambiamento è anche il fatto che, dopo anni, si registrano di nuovo nascite di bambini talassemici, molto spesso per una scelta precisa dei genitori. Come si può descrivere questo fenomeno, anche dal punto di vista dei numeri?
In Italia sono oltre 5.000 i malati con talassemia major, la forma grave di anemia, detta anche mediterranea, nella quale la sopravvivenza è possibile solo con trasfusioni di sangue, ripetute ogni 2-3 settimane, che iniziano in genere nel primo anno e proseguono per tutta la vita; altri 1.000 sono quelli con talassemia intermedia (forma più lieve non trasfusione dipendente). A questi vanno aggiunti i circa 1.000 casi con sindrome falcemica (emoglobinopatia mista caratterizzata da anemia falciforme e talassemia). Due milioni sono i portatori sani.Oggi, per i pazienti che si curano bene l'aspettativa di vita si è molto allungata, grazie anche a due importanti novità degli anni Novanta che hanno rivoluzionato il modo di trattare il talassemico: nel 1990 una maggiore sicurezza del sangue da trasfondere, specie per l'Hiv e l'epatite C; la disponibilità per uso clinico di due chelanti orali, deferiprone nel 1999 (in compresse o sciroppo da assumere 3 volte al giorno) e deferasirox nel 2007 (sospensione orale da assumere una volta al giorno). Questi e successivi cambiamenti hanno contribuito ad allungare e migliorare la vita dei pazienti e a invertire la tendenza delle coppie di portatori sani a non avere figli.

Un fattore decisivo per il nuovo scenario è stato l'avvento dei chelanti orali che hanno aumentato la compliance dei pazienti alla terapia, migliorandone quindi l'efficacia: come si riflette tutto questo sul quadro clinico dei pazienti?
Va innanzitutto sottolineato che i chelanti del ferro sono indispensabili per la sopravvivenza dei pazienti talassemici. Infatti il ferro contenuto nei globuli rossi trasfusi non può essere eliminato fisiologicamente e si accumula progressivamente soprattutto nelle ghiandole endocrine, nel fegato e nel cuore, causando a lungo andare, se non trattato, complicanze quali ritardato sviluppo sessuale, ipotiroidismo, diabete, epatopatie e cardiopatie. Queste ultime sono attualmente la causa più frequente di morte nella talassemia. I chelanti orali hanno cambiato totalmente la vita di questi pazienti. Attualmente disponiamo di due chelanti per bocca. Il primo è il deferiprone, in compresse o sciroppo, che va preso 3 volte al giorno; il secondo è il deferasirox, in soluzione somministrabile una sola volta al giorno. Naturalmente si tratta di farmaci non scevri da possibili effetti collaterali specifici e come tali devono essere attentamente monitorati.

A migliorare le prospettive per i pazienti hanno contribuito anche le nuove risorse diagnostiche che permettono di individuare in modo accurato l'accumulo di ferro in organi come il cuore e il fegato. Quali sono le più importanti?
La tecnologia più evoluta è la T2 Star, una risonanza magnetica per immagini (Rmi), che attraverso una serie di calcoli e analisi sofisticate è in grado di misurare e quantificare le concentrazioni di ferro cardiaco ed epatico. Almeno un Centro per ogni regione è dotato di Rmi, che va eseguita a partire dal 10° anno di età, con una frequenza che varia a seconda della gravità del sovraccarico di ferro, dell'organo colpito e della terapia chelante seguita dal paziente. Un'altra metodica è lo Squid (Superconducting Quantum Interference Device), uno strumento che misura variazioni molto piccole di flusso magnetico come quelle indotte dal ferro immagazzinato sotto forma di ferritina nell'organismo. La metodica però misura solo il ferro accumulato nel fegato.


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