Autismo, fondamentale diagnosi entro i due anni

18 novembre 2011
Interviste

Autismo, fondamentale diagnosi entro i due anni



bambina


In Italia 1 bambino su 200 è a rischio di autismo ma ci sono ancora troppi ritardi nell'individuazione del disturbo e terapie non idonee ad affrontarlo. «Ciò che è necessario» ha detto nel corso di un convegno Federico Bianchi di Castelbianco, direttore dell'Ido, Istituto di Ortofonologia di Roma, «è fare la diagnosi entro i due anni. Prima ci si muove e meglio è perché si riesce ad intervenire quando il disturbo non si è ancora radicato». A un occhio molto attento come quello di un genitore, di certo non possono sfuggire certe anomalie, visibili a volte anche nei bimbi molto piccoli, ancora neonati:
  • compromissione della comunicazione non verbale, quando la mimica, i gesti, le espressioni facciali risultano non adeguate al contesto, il bambino non riesce a esprimere le emozioni che ci si aspetterebbe da lui, sfugge il contatto visivo, lo sguardo
  • assenza o insufficienza del linguaggio che può essere ripetitivo, scorretto, privo di significato, comunque non utile a comunicare con gli altri, non risponde alla voce del genitore che lo chiama
  • ritardo motorio, il bambino non gioca, non cammina, si muove poco oppure ripete movimenti stereotipati senza un fine preciso
  • ipersensibilità a certi stimoli come fastidio, ansia e nervosismo, per un odore, un suono, il contatto fisico da cui si ritraggono
  • difficoltà nell'alimentazione, specie nel passaggio dal latte ai cibi solidi.

Dica33 ha chiesto conferma dell'importanza della diagnosi precoce a Marina Norsi, neuropediatra (equivalente alla nostra specializzazione in neuropsichiatria infantile) e direttrice dell'Istituto riabilitativo per bambini autistici sito in Be'er Sheva (Israele), gemellato da 2 anni con Villa Santa Maria a Tavernerio (Como), centro terapeutico riabilitativo di NPIA (Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza). La dottoressa Norsi collabora attivamente con Villa S. Maria per esportare e integrare anche qui la metodologia diagnostica e terapeutica validata in Israele negli ultimi 10 anni.

Come si arriva a una diagnosi precoce?
Fortunatamente si sono affinate le metodologie diagnostiche per cui sempre meno casi sfuggono all'occhio attento degli esperti. Comunque il primo passo è sempre in famiglia: nessuno meglio di un genitore conosce il proprio bambino. Se un genitore pensa che ci sia qualcosa che non va, nel 99% dei casi ha ragione.

Qual è l'esperto di riferimento a cui il genitore deve rivolgersi?
Il primo filtro è il pediatra, che deve sapere ascoltare e non sottovalutare mai le preoccupazioni dei genitori. Se trova un riscontro a dubbi e ansie sarà lui a indirizzare la famiglia in un centro per bambini con problemi dello sviluppo, dove i piccoli pazienti sono sempre accolti, valutati e assistiti da un'equipe multidisciplinare, coordinata in genere dal Neuropsichiatra infantile.

Un centro pubblico o privato accreditato, come i due sopracitati?
Per esempio. Ce ne sono molti sul territorio e ciascuno dispone di professionalità e opzioni terapeutiche proprie. Ciò che li accomuna, è la presenza di diverse figure professionali che lavorando in sinergia consentono di giungere a una diagnosi certa nel giro di pochi mesi.

Nella sua esperienza, quanto è importante la diagnosi precoce?
Fondamentale direi. Oggi sappiamo che l'autismo è presente già alla nascita, ne conosciamo bene i primi segni e segnali e ciò permette di giungere a una diagnosi prima del compimento dei 3 anni di vita, anzi sempre più spesso entro i 12-18 mesi. Se da un lato questo sembra far crescere il numero di casi, dall'altro ci consente già di apprezzare, dopo 10 anni di applicazione del nostro metodo di terapia intensiva, un miglioramento della prognosi di questi bambini.

Elisabetta Lucchesini



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