Ricette mediche, cambia la prescrizione dei farmaci

07 settembre 2012
Interviste

Ricette mediche, cambia la prescrizione dei farmaci



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Con il decreto di spending review, approvato lo scorso agosto, è stata modificata la modalità con cui i medici sono tenuti a compilare la prescrizione di farmaci sulla ricetta rossa, quella del Servizio sanitario nazionale. Ora, infatti, non è possibile, fatta eccezione per pazienti con patologia cronica già in trattamento, indicare il nome commerciale di un farmaco se di questo sono disponibili medicinali equivalenti, ma va indicato il nome del principio attivo, cioè il nome generico del farmaco.

I farmaci generici o equivalenti, sono molecole su cui non c'è più una copertura brevettuale, poiché scaduta, e quindi possono essere prodotti da più aziende farmaceutiche e commercializzati usando, appunto, il nome generico del farmaco, paracetamolo, nimesulide, acido acetilsalicilico, per citare qualche esempio. E la loro qualità in termini di sicurezza ed efficacia è garantita dai processi di approvazione: «Sono messi in commercio» spiega Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano «solo dopo aver presentato una documentazione che riguarda purezza del prodotto e velocità di dissoluzione nel caso si tratti di compresse, concentrazioni del farmaco nel sangue nell'ambito della variabilità individuale. Questi parametri devono essere sovrapponibili rispetto a quelli del corrispettivo farmaco con nome commerciale». Questa nuova norma riguarda i pazienti trattati per la prima volta per una patologia cronica o per un episodio acuto, i quali, d'ora in avanti, riceveranno una ricetta in cui il medico indicherà il nome generico della molecola, contenuta nel farmaco. «Sarà il farmacista» spiega Aurelio Sessa, presidente Simg Lombardia,«a dispensare il farmaco generico, con il costo più basso, che in quel momento ha a disposizione». Il medico ha comunque la facoltà di inserire il nome di un farmaco di marca, indicando sempre il nome del principio attivo, con una clausola di "non sostituibilità" corredata obbligatoriamente da una motivazione sintetica della scelta. Per uniformare le modalità con cui è indicata la non sostituibilità si sta pensando all'uso di sigle: «Il decreto chiede che la motivazione di questa scelta sia tracciabile» ricorda Sessa «e si sta decidendo su due sigle che riassumano la volontà espressa come "scelta dell'assistito" e per "motivi clinici". Entro la metà di settembre verrà definito questo punto e dovrà essere operativo». Il medico può, invece, continuare a prescrivere un farmaco di marca ai pazienti che hanno una malattia cronica e che si stanno già curando oppure se di quel farmaco non è disponibile un equivalente.

Esiste, tuttavia, un dibattito in corso sui pro e contro e sulla validità dei farmaci generici in cui si inseriscono anche i temi economici del risparmio, dal momento che, ricorda Garattini «i generici per legge devono avere un prezzo ridotto del 20% rispetto a quelli di marca». Sul fronte dei pazienti, alcuni medici di medicina generale hanno sollevato la necessità di una maggiore attenzione alle fasce più vulnerabili, come gli anziani e in pazienti in politerapia, che devono, quindi, maneggiare confezioni di farmaci che cambiano ogni volta. «Poiché sarà il farmacista» chiarisce Sessa «a dispensare di volta in volta il farmaco al momento disponibile, con le prescrizioni successive il paziente potrebbe ricevere la stessa molecola, ma con una confezione diversa, che cambia per ogni azienda produttrice per colore grafica e logo, contenente compresse di colore e forme diverse. Questo potrebbe generare confusione soprattutto nei pazienti anziani o che seguono terapie con più farmaci». Per evitare errori di assunzione, tra le proposte in discussione, segnala Sessa, quella di «indicare nelle ricette successive alla prima prescrizione il nome del generico che è stato dispensato dal farmacista la prima volta». Anche in questo caso si manterrebbe il risparmio: «I prezzi dei generici sono abbastanza simili tra loro, e se ci fosse una diversificazione, il farmacista è tenuto a proporre quello con il prezzo più basso».

Simona Zazzetta


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