Femminicidio: nessuna giustificazione psichiatrica, i malati sono pochissimi

26 novembre 2013
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Femminicidio: nessuna giustificazione psichiatrica, i malati sono pochissimi



violenza sulle donne


La ricerca più recente e precisa è quella dell'Eures, Istituto europeo di ricerche economiche e sociali: su oltre 400 casi solo il 3,6 per cento degli uomini che hanno ucciso una donna soffriva di una malattia mentale.
Per questo, mentre in tutto il mondo si celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il presidente della Sip, Società italiana di psichiatria, Claudio Mencacci, lancia un appello ai magistrati e alle istituzioni: «Non accettare più nessuna giustificazione psichiatrica nei casi di femminicidio: il ricorso alla perizia psichiatrica va effettuato solo in casi eccezionali».
Le parole di Mencacci trovano giustificazioni nel fatto che nella stragrande maggioranza dei casi «ci troviamo davanti a uomini che hanno comportamenti violenti, aggressivi, prepotenti, e che quindi hanno semplicemente una personalità antisociale ed egoistica, che non tollerano la possibilità per la donna di operare scelte diverse e autonome».

La Sip dichiara quindi ufficialmente che non esiste alcuna forma di patologia dietro un crimine così odioso. La nota diffusa da Mencacci sottolinea: «Questa vuole essere la conferma della richiesta di attenzione, prevenzione, ma anche di repressione particolarmente severa nei confronti degli uomini autori di questo tipo di reato. Troppo spesso, infatti, ricorrendo a giustificazioni psicopatologiche che non hanno nessun fondamento, questi assassini si vedono rapidamente ridotte, nei diversi gradi di giudizio, le pene che erano state comminate».

Siccome sono state troppe le volte in cui maschi violenti hanno beneficiato di agevolazioni senza avere alcun disturbo di origine psicopatologica il direttore del Dipartimento di salute mentale del Fatebenefratelli di Milano e numero uno della Sip, conclude: «Con questa dichiarazione gli psichiatri italiani non vogliono rendersi responsabili in nessun modo, e lo dicono con chiarezza, di fornire una pur minima sponda o giustificazione a crimini che sono da sempre odiosi, ma che finalmente la nostra società sta imparando a riconoscere come tali. Anche se c'è ancora molto lavoro da fare. Polizia, carabinieri, magistrati, giudici, operatori devono sempre e comunque mettere in sicurezza le donne. Potremmo chiamarla 'sicurezza preventiva'. È il loro dovere».


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