Anestesia epidurale: può raddoppiare i tempi del travaglio

18 febbraio 2014
Interviste

Anestesia epidurale: può raddoppiare i tempi del travaglio



travaglio; anestesia epidurale


Se il bambino tarda a uscire, mamma e ginecologo non hanno motivo di preoccuparsi, e possono aspettare sereni - seppur affaticati - che se la prenda con comodo. Uno studio appena pubblicato dalla prestigiosa rivista Obstetrics & Gynecology, infatti, segnala che in un buon numero di casi di donne alla prima gravidanza - soprattutto quando il parto viene effettuato con anestesia epidurale - la fase espulsiva può arrivare a durare fino a cinque ore e mezza, senza significativi rischi per mamma e neonato.

«Si tratta di uno studio importante, che ci invita a riconsiderare l'atteggiamento tenuto finora in sala parto» spiega Irene Cetin, docente di ostetricia e ginecologia all'Università di Milano e primario all'Ospedale Sacco, nel capoluogo lombardo.

Che cosa cambia?
«I dati (raccolti su oltre 42.000 donne che hanno partorito tra il 1976 e il 2008, alcune con e altre senza anestesia epidurale) fanno vedere che per le donne al primo parto la durata del periodo espulsivo - quello che inizia dopo che la dilatazione è completa, quando iniziano le spinte - sta allungandosi, senza che questo richieda necessariamente l'intervento del medico. Quando io ho completato gli studi - alla fine degli anni ottanta - si parlava di un'ora al massimo, trascorsa la quale il medico agiva in stato di allerta».

Questo oggi non è più giustificato?
«Esattamente. Può anche darsi che qualcosa stia cambiando a livello biologico, perché l'allungamento dei tempi è più marcato nelle donne che ricevono l'anestesia epidurale, ma si verifica anche in quelle senza epidurale: questo studio suggerisce di considerare non preoccupante un'attesa fino a 5-6 ore nel primo caso e fino a tre ore nel secondo, in assenza di altri segnali specifici di sofferenza del feto o della donna».

Certo non sono ore da trascorrere in tutto relax...
«No, è una fase molto tosta sia dal punto di vista fisico (anche quando è stata fatta l'epidurale) sia anche dal punto di vista psicologico, e spesso il timore che il prolungarsi dell'attesa comporti anche un aumento di rischio significativo può avere il suo peso. Anche i parenti, in questi casi, alle volte esprimono molta preoccupazione, che può spingere il medico a intervenire anche quando un parto cesareo non sarebbe strettamente necessario».

Sta pensando alla cosiddetta medicina difensiva?
«Proprio così. In alcuni casi il timore di poter essere accusato di aver trascurato i pericoli può spingere il medico ad effettuale il parto cesareo, tanto più quando sono la donna e i parenti a chiederlo. Alla luce di questo studio si può affermare che i travagli con periodo più lungo presentano qualche rischio in più, ma in misura modesta, che di norma non rende necessario il cesareo».

Si continua a fare troppi parti cesarei?
«Dal punto di vista generale, la proporzione dei parti con taglio cesareo è un indicatore di qualità dell'assistenza: più questa proporzione è alta, più c'è motivo di pensare che il reparto non sia gestito al meglio. Molti colleghi, e molte donne, sono favorevoli al cesareo, che però oltre alle complicazioni immediate comporta per il bambino una maggiore probabilità di patologie allergiche e asma, perché non viene in contatto con il microbioma materno, e per la mamma un trauma che per quanto piccolo è associato a un aumento di rischio di infezione della placenta nelle gravidanze successive (placenta previa).

Inoltre, la mamma reduce dal cesareo ha meno probabilità di allattare al seno. Quando sono arrivata all'Ospedale Sacco la percentuale dei cesarei era del 42 per cento: oggi, a distanza di circa 5 anni, l'abbiamo portata al 28 per cento, rispetto a una media nazionale del 38 per cento circa con picchi attorno al 60 per cento in Campania».

E qual è la situazione per quanto riguarda l'anestesia epidurale?
«L'epidurale oggi fa parte dei cosiddetti Livelli essenziali di assistenza (Lea), ma poiché richiede un gruppo di anestesisti di turno 24 ore su 24 non è purtroppo disponibile dappertutto giorno e notte. La donna che vuole partorire con l'anestesia deve cercare di informarsi in anticipo e fissare una visita con l'anestesista un mese prima, perché sia dal punto di vista organizzativo sia dal punto di vista del consenso informato la richiesta dell'ultimo minuto difficilmente può essere soddisfatta, a meno che non sia assolutamente necessaria, per un intervento come il cesareo.

Il messaggio che mi sento di dare anche alla luce di questi studi è che bisogna avere coscienza del fatto che il parto è un fenomeno che può richiedere tempi molto lunghi e la durata non è di per sé motivo di preoccupazione».


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