Dalla parte dei piccoli, con un filo di voce

03 marzo 2014
Interviste

Dalla parte dei piccoli, con un filo di voce



protezione bambini


L'obiettivo è quello di rimettere i bambini e gli adolescenti al centro dell'attenzione pubblica, e di farlo senza alzare la voce, con un sospiro, un soffio: whisper, in inglese, che non a caso è appunto il nome dell'iniziativa lanciata di recente a Montecarlo da un gruppo internazionale di pediatri. Il nome nasconde una sigla - World health initiative for social pediatric education and research, Iniziativa sanitaria mondiale per l'educazione e la ricerca sociale in pediatria - e promette di arricchire di contenuti scientifici, grazie anche alla collaborazione internazionale, una disciplina che oggi deve fare i conti con difficoltà di ogni genere. Ne abbiamo parlato con il coordinatore di Whisper, il pediatra Giuseppe Mele, che presiede l'Osservatorio Nazionale sulla salute dell'infanzia e dell'adolescenza (Paidoss) e la Società Italiana Medici Pediatri (Simp).

Quali sono le priorità su cui intendete muovervi?
«Una delle priorità è senz'altro la necessità di proteggere bambini e adolescenti non solo dalle malattie ma anche dalle cure che vengono proposte senza che ci siano sufficienti dimostrazioni di sicurezza e di efficacia».

Si riferisce al caso Stamina?
«Certamente il caso Stamina è un esempio molto significativo, l'indice di un problema. Noi sappiamo bene che prima di qualunque atto medico, soprattutto quando riguarda i più piccoli, occorre sempre usare tutte le cautele possibili per evitare di fare più male che bene. Per questo occorre seguire il metodo scientifico passo dopo passo, fino alla sperimentazione preclinica e clinica, che in molti casi è ancora carente per quanto riguarda i bambini».

La sua è anche una critica alle autorità sanitarie?
«Sì, anche se non va fraintesa. Oggi molti farmaci di provata efficacia sono stati sperimentati solo sugli adulti, e spesso vengono impiegati anche nei bambini e negli adolescenti adattando dosaggi e schemi terapeutici in modo non sempre appropriato, perché un bambino non è semplicemente un adulto in miniatura. Ovviamente è un caso ben diverso rispetto alle varie pseudocure mai sottoposte ad alcuna sperimentazione rigorosa, ma rimane un ambito su cui occorre intervenire, promuovendo sperimentazioni cliniche da condurre con tutti i crismi anche su popolazioni pediatriche, così da individuare modalità di somministrazione e dosaggi più efficaci e con meno effetti collaterali».

Addirittura ci sono tasse che vanno nella direzione di disincentivare le aziende a registrare farmaci pediatrici...
«Infatti, attualmente in Europa è così per i farmaci oppioidi usati nella terapia del dolore, con il risultato che per i circa 11.000 bambini che combattono contro il dolore, i medici non hanno le stesse armi a disposizione per gli adulti. Occorre agire a tutti i livelli per favorire, anche in questo ambito, l'uso appropriato».

Per questo intendete coinvolgere anche le coppie?
«Esattamente: tra le proposte che abbiamo discusso c'è quella di prevedere, accanto alle visite per il cosiddetto "bilancio di salute" dei bambini, incontri analoghi per stilare un bilancio di salute delle coppie, insieme a loro, per aiutarle a proteggere al meglio i propri figli, scoprendo insieme al pediatra quali stili di vita sono pericolosi e trovando aiuto per modificarli».

Per esempio?
«Due questioni di enorme importanza sono le malattie a trasmissione sessuale - che tornano a diffondersi anche perché l'età del primo rapporto sessuale viene sempre più anticipata e oggi è in media attorno ai 12 anni - e i danni dell'alcol in gravidanza. Su quest'ultimo punto siamo convinti che occorrerebbe stampare sulle etichette delle bottiglie di alcolici un messaggio analogo a quelli presenti sulle sigarette: "Bere in gravidanza fa male al bambino che deve ancora nascere"».


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