Parti cesarei, l’esperto: «In Italia sono ancora troppi»

16 novembre 2015
Interviste

Parti cesarei, l'esperto: «In Italia sono ancora troppi»





Il ricorso eccessivo al parto cesareo continua a preoccupare gli esperti: l'ultimo dato arriva dal rapporto sulle nascite appena pubblicato dal ministero della Salute, secondo il quale oltre una donne su tre (e più precisamente 35,5 su cento) partorisce con l'aiuto del bisturi. Da molti anni, l'Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di considerare fisiologica una percentuale massima del 10-15 per cento, che oramai viene superata sistematicamente in tutta Italia, con dei picchi nelle regioni meridionali. Dica33 ha chiesto l'aiuto di Vito Trojano, presidente dell'associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi) per capirne di più.

Professor Trojano, è preoccupante questo abuso di parti cesarei?
«Sì, lo è, da molto tempo, tanto che sia la nostra società scientifica sia le autorità sanitarie stanno da tempo lavorando per migliorare la situazione, e per garantire che in tutti i punti nascita, che oggi sono 526, tra pubblici e privati, si possano avere tutte le garanzie di sicurezza. Ancora oggi, secondo il rapporto, quasi un parto su dieci avviene in una struttura dove il totale annuo non raggiunge i 500. Oggi si ritiene che il numero minimo di parti annui perché struttura e personale possano garantire la migliore assistenza sia di 800, soglia che purtroppo il rapporto non fornisce. Il 29 per cento dei parti avviene in strutture in cui il totale è compreso tra 500 e 1.000 all'anno, mentre il restante 62 per cento avviene in centri che seguono ogni anno almeno 1.000 nascite».

Quali sono le cause?
«Le cause sono molteplici. Un fattore importante è l'età al momento del parto, che per le donne italiane sfiora in media i 33 anni, ed è poco più bassa se si guarda solo al primo figlio (le straniere in media sono tre anni più giovani). Quando l'età della partoriente è elevata i rischi associati al parto possono essere un motivo per optare per il parto cesareo. In molti casi, però, il ricorso al parto cesareo nasce dalla cosiddetta "medicina difensiva". Il timore di andare incontro a una richiesta di danni spinge infatti a optare per la soluzione chirurgica anche quando non sarebbe necessario».

Quindi una quota di parti cesarei è legata più al timore di una contestazione che alla valutazione clinica?
«Proprio così: negli ultimi anni i medici - e in particolare i ginecologi che si occupano di parti - sono sempre più chiamati a rispondere in tribunale di tutto ciò che va storto, anche quando si tratta di eventi imprevedibili e impossibili da prevenire o quando la colpa non è del singolo medico ma dell'organizzazione. Quando per esempio ci si è sottoposti alla diagnosi prenatale è difficile accettare l'idea che rimanga un rischio - seppure piccolo - di una malformazione. Però è così: per quanto ci si sforzi di prevedere e prevenire i problemi non esiste la possibilità di annullare completamente il rischio. Poi ci sono ovviamente i problemi causati dagli errori. La situazione attuale è molto confusa dal punto di vista legale, e il medico spesso si ritrova a dover rispondere anche dei danni che non dipendevano da lui. E poiché in tribunale i giudici tendono a giudicare con maggiore benevolenza il medico che ha disposto esami e atti medici in più, rispetto a quello che ha preferito non farlo, molti hanno la tendenza a esagerare.
Questo emerge anche nei dati sul numero di visite ostetriche (quasi tutte le donne ne fanno più di 4) e di ecografie: tre donne su quattro effettuano più di 3 ecografie».

Che cosa si può fare?
«Da un lato si sta cercando di concentrare i parti in modo che tutte le strutture ne facciano almeno 800 all'anno, e dall'altro stiamo lavorando da tempo a una nuova legge sulla responsabilità medica, in corso di approvazione, che dovrebbe permettere ai medici di lavorare con più serenità, e a chi ha subito un danno di ottenere il giusto risarcimento. Al momento attuale si fanno migliaia di procedimenti penali contro i medici, che poi ottengono ragione in tribunale quasi nel 99 per cento dei casi, dopo aver però perso in tribunale tempo sottratto alle pazienti. Occorre poi diffondere la consapevolezza sul fatto che alle volte durante il parto possono insorgere complicazioni improvvise, senza che nulla potesse farle sospettare, per cui è bene che l'équipe medica sia pronta a reagire, e il punto nascita sia attrezzato per gestire le emergenze. Il rapporto medico-paziente deve essere basato su fiducia e chiarezza: è fondamentale capire che il medico non può dare certezza di risultato, ma può, e deve, impegnarsi a fare tutto il possibile, al meglio».

Fabio Turone


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