Femminicidio, in Italia 200 vittime all’anno

21 luglio 2016
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Femminicidio, in Italia 200 vittime all'anno



Femminicidio, in Italia 200 vittime all’anno


Donne sempre più proiettate sulla propria carriera, donne che cercano un'emancipazione totale, donne che si sentono libere dalla pressione sociale che, in fondo, le vuole ancora remissive, vincolate ai doveri del focolare domestico e destinate a considerare il proprio lavoro un semplice hobby. Sono le stesse donne che vengono quotidianamente ammazzate per motivi ascritti alla categoria dei "passionali". Cosa spinge un uomo a perseguitarle fino a ucciderle? Come può una donna accorgersi dei segnali premonitori ed evitare la morte? Na abbiamo discusso con Antonio Dorella, psicanalista di formazione junghiana, che ci ha aiutato a orientarci in questo grande tema di attualità.

«Il femminicidio ha una caratteristica ambigua: l'uomo, il femminicida, si sente tanto più uomo quanto più compie il suo atto e la donna non ha le risorse necessarie per uscirne. La stessa etimologia, che ha origine intorno al 1800, riguarda la persona che toglie l'illibatezza della donna» spiega Dorella. La donna, allora, per togliersi dall'assedio dell'individuo, ha solo due appigli: «Le relazioni sociali, perché la mancanza di esse unita alla mancanza di cultura individuale sono gli elementi più comuni della persona che subisce lo stalking o che è oggetto di omicidio di questo tipo. Secondo appiglio è la dimensione legislativa» afferma lo psicanalista.

Facciamo bene a scandalizzarci di fronte a «duecento casi l'anno di femminicidio in Italia, anche se non ci sono ancora dati chiari sul tema, ma la nostra media è tendenzialmente inferiore rispetto alla media europea. Il contesto italiano, dunque, è meno malato».

Parliamo in particolare di donne che «a causa di deprivazioni relazionali o per scelte nei confronti dei propri compagni - cioè lo lasciano, ne trovano un altro, hanno bisogno di una maggiore intimità e allora non fanno tutto quello che il compagno dice - vengono vessate fino alla fine ad essere uccise.

Sul luogo in cui avviene il femminicidio, «i maggiori imputati sono il contesto relazionale duale e quello familiare». Una donna che mette il naso fuori, dunque, «che riesce a emanciparsi da una situazione domestica troppo esclusiva, è quella che ha più risorse per porsi fuori da un contesto mortale come quello del femminicidio».

In Italia, come in altri paesi, le donne sono ancora svantaggiate economicamente rispetto all'uomo - vuoi per la media dello stipendio inferiore del 30 per cento rispetto alla controparte maschile, vuoi per un inserimento più difficile e lento nel mondo del lavoro, vuoi per la maternità che spesso obbliga a lasciare gli impieghi - e faticano a trovare una vera e propria indipendenza. E appunto, l'indipendenza economica, che sembra secondaria nell'ambito delle problematiche legate al rispetto dei diritti femminili «è in realtà il primo tassello dell'indipendenza».

Nel Belpaese, inoltre, c'è anche il problema della tradizione dal tratto vagamente misogino, se così di può dire: «Veniamo da una tradizione patriarcale, maschile, però oggi sono molti autori che si occupano della materia descrivono il maschio (contemporaneo ndr) come un misogino impaurito», che forse è potenzialmente ancora più pericoloso. «Mentre prima il maschio era sicuro delle sue prerogative, della sua legittimità nell'esercizio, domestico e sociale, dell'aggressività nei confronti del femminile, adesso sente che queste stanno scemando».

In tal modo, l'abbandono «che può avere le stesse conseguenze catastrofiche di un lutto familiare», viene vissuto socialmente come sinonimo di «avere le corna, detto alla maniera meridionale, quindi un vero stigma sociale. Non più il dolore intrapsichico, ma una macchia sociale sentita come insopportabile».

Maria Elena Capitanio


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