Buone cure se immediate

29 febbraio 2008
Focus

Buone cure se immediate



Spesso, con le malattie rare, è difficile trovare la cura, ma anche accertarne la presenza. E soprattutto quest'ultimo il problema nel caso della malattia di Menkes, un disturbo genetico, legato al cromosoma X, che determina l'incapacità di trasporto del rame attraverso la barriera emato-encefalica. Al centro di questo effetto stanno diverse mutazioni del gene incaricato, per così dire, del trasporto del rame, battezzato ATP7A.
La conseguenza di questa alterazione è che non si realizza la mielinizzazione delle strutture cerebrali, cosa che comporta numerose e gravi conseguenze neurologiche, addirittura incompatibili con la vita, tanto che la sopravvivenza dei bambini affetti dalla malattia di Menkes non supera i tre anni.

Un test facilmente eseguibile
Come anticipato, di questa malattia è difficile la diagnosi perché i primi indicatori cui si potrebbe pensare per esempio un basso livello di rame e di ceruloplasmina nel sangue sono in realtà abbastanza comuni anche nei neonati sani. Inoltre, i bambini colpiti in effetti hanno uno sviluppo regolare fino a 6-8 settimane. Queste difficoltà diagnostiche sono ancora più gravi se si considera che in questo caso la terapia è abbastanza semplice, somministrazione di rame per via iniettiva, e piuttosto efficace. L'efficacia, però, è legata anche al fatto che venga attuata quanto prima possibile, cioè mentre si sta completando la formazione dell'encefalo. Quindi la possibilità di "screenare" immediatamente i bambini è due volte cruciale. Si potrà dire che visto che si conosce il gene responsabile si potrebbe ricorrere ai test molecolari, però c'è un ostacolo: le mutazioni che possono indurre la malattia sono molte e il gene stesso è molto grande. Un gruppo di ricercatori americani ha messo alla prova un altro sistema. Siccome il rame è un cofattore nell'attività di parecchi enzimi, come la dopamina-beta-idrossilasi, citocromo c ossidasi, e lisilossidasi, attraverso una serie di passaggi biochimici, in caso di malattia di Menkes è ipotizzabile che si presentino elevati livelli del neurotrasmettitore dopamina e di acido diidrossifenilacetico e parallelamente bassi livelli di noradrenalina e di diidrossifenilglicol.

Buoni risultati, migliori se...
Uno studio statunitense ha messo alla prova la validità di questo test e ha altresì valutato gli effetti della somministrazione sottocutanea di rame cominciata precocemente, sia in termini di efficacia sia in termini di effetti collaterali, principalmente la tossicità renale. L'esperienza è stata condotta su 12 bambini e il confronto è stato fatto con una serie storica di 15 casi. Il primo dato è che valutare il rapporto tra dopamina e noradrenalina e tra acido diidrossifenilacetico e diidrossifenilglicol è effettivamente un test sensibile e specifico. Quanto all'effetto della terapia con rame cominciata a pochi giorni dalla nascita (4-10), al termine dell'osservazione (che in metà dei casi era durata quattro anni e mezzo) il 92% dei bambine era ancora in vita, mentre nei casi di confronto, che avevano cominciato la terapia quando la malattia era divenuta ormai evidente, la sopravvivenza raggiungeva il 13%. I ricercatori hanno però fatto un passo ulteriore, andando a valutare quali mutazioni del gene ATP7A presentavano i bambini. Ne hanno individuate 10 diverse, alcune delle quali non compromettevano completamente il trasporto del rame. Facile comprendere come proprio i bambini che presentavano queste mutazioni avevano tratto i maggiori benefici dalla cura, con conseguenze neurologiche contenute. Due bambini, per esempio, a 5 e 7 anni di età avevano uno sviluppo neurologico indistinguibile da quello dei coetanei sani, e conducevano una vita assolutamente normale. Pochi, comunque, i casi di convulsioni, e anche questo è un buon risultato. Gli effetti tossici del rame si sono dimostrati contenuti nel periodo in cui è utile protrarla, cioè fino a tre anni. Indubbiamente un risultato importante, non solo per l'efficacia dimostrata dall'approccio adottato, ma anche per la sua semplicità ed economia. In pratica, basandosi sui precedenti in famiglia è possibile individuare i bambini a rischio e stabilire rapidamente quali sono effettivamente portatori del difetto genetico. E provvedere.

Maurizio Imperiali

Fonti
Kaler SG et al. Neonatal diagnosis and treatment of Menkes disease. N Engl J Med. 2008 Feb 7;358(6):605-14.






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