L'altro volto delle staminali

13 dicembre 2006

L'altro volto delle staminali



Da quando la ricerca sulle staminali ha iniziato la sua ascesa iperbolica queste cellule "prodigio" sono state considerate per i loro aspetti positivi e quindi per le potenzialità terapeutiche contro un'ampia gamma di malattie. Ma da qualche anno si è messo in luce anche il lato oscuro delle cellule progenitrici indifferenziate, cioè il loro ruolo patogenetico di iniziatrici dello sviluppo di alcuni tumori: un aspetto evidenziato anche nei riguardi di neoplasie aggressive come per esempio il glioblastoma, per il quale una ricerca italiana mostra ora l'individuazione di una proteina in grado di bloccare il processo oncologico interagendo con le cellule staminali che lo avviano. La scoperta, che fa sperare in una possibile applicazione terapeutica per una forma di cancro che lascia oggi poche speranze (in media 15 mesi di vita), è pubblicata su Nature ed è opera di ricercatori dell'Istituto San Raffaele e dell'Università di Milano Bicocca coordinati da Angelo Vescovi, in collaborazione con l'istituto neurologico Besta di Milano e le Università di Brisbane (Australia) e di Baltimora (Usa).

Neoplasia umana bloccata
Il glioblastoma multiforme rappresenta circa il 30% dei tumori cerebrali ed è il più frequente tra i gliomi, a loro volta le più comuni neoplasie cerebrali; è molto aggressivo e ha un’espansione rapida, colpisce prevalentemente gli uomini di 50-60 anni e si sviluppa inevitabilmente in forma letale. Il lavoro ha riguardato le proteine morfogenetiche ossee (BMP), che quando interagiscono con i recettori presenti sulla membrana delle cellule staminali inizianti il tumore (TIC), come quelle del glioblastoma umano, interrompono la moltiplicazione cellulare. Un paio di anni fa i ricercatori hanno appunto verificato che quando staminali del glioblastoma umano venivano esposte alla BMP4 e iniettate nel topo la proliferazione cellulare si arrestava. Nel proseguimento della ricerca si è osservato che le stesse BMP riescono a bloccare la crescita di glioblastomi umani in piena espansione nel cervello dei topi, prolungando di molto la sopravvivenza degli animali, che tre-quattro mesi dopo l’iniezione erano quasi tutti vivi, mentre tutti i controlli che avevano ricevuto le cellule senza BMP erano morti.

Cellule malate maturate in normali
Non soltanto, l'importanza della scoperta è duplice, perché si dimostra che le staminali del tumore possiedono gli stessi meccanismi di controllo della moltiplicazione che intervengono per le cellule normali. Infatti le BMP, dopo aver bloccato la proliferazione delle cellule cancerose ne determinano la differenziazione cioè la maturazione in altre normali costitutive del cervello, come quelle della glia e i neuroni. I possibili sviluppi terapeutici sono intuibili, anche se la sperimentazione sull'uomo non è prevista prima di un paio d'anni. La scoperta può avere aperto la via a un approccio innovativo al trattamento del glioblastoma, in quanto si potrebbe puntare a indurre la differenziazione delle cellule iniziatrici del cancro, invece che a uccidere genericamente tutte quelle del tumore; questo attraverso il rilascio di BMP o l'uso di farmaci BMP-mimetici, da combinare con la classica terapia oncologica. I tempi sono lunghi ma forse si profila davvero una svolta per la cura di questa neoplasia temibile perché resistente alle attuali armi terapeutiche.

Elettra Vecchia

Fonte
Vescovi Al et al. Bone Morphogenetic proteins inhibit the tumorigenic potential of human brain tumour-iniating cells. Nature 2006 doi:10.1038/nature05349.




Cerca nel sito


Cerca in


Farmaci  |  Esperto risponde  |


Cerca il farmaco
Dizionario medico




Potrebbe interessarti
L'esperto risponde