Aids, non guarisce ma si cura

01 dicembre 2010
Focus

Aids, non guarisce ma si cura



di Simona Zazzetta

Contrarre un'infezione da Hiv è oggi un evento ancora troppo diffuso, ma gli sforzi fatti dall'inizio dell'epidemia, nel 1982 in Italia, a oggi hanno portato risultati incoraggianti, quanto meno per continuare a non abbassare la soglia di attenzione. In occasione della Giornata mondiale che si svolge ogni anno il 1° dicembre, sono stati resi noti i dati epidemiologici contenuti nel rapporto Unaids, il programma delle Nazioni Unite per la lotta all'Aids: i sieropositivi sono ancora molti, 33,3 milioni, ma è sceso il numero dei decessi: da 2,1 milioni nel 2004 a 1,8 milioni nel 2009.

Anche in Italia resta alto il numero di sieropositivi, circa 170mila, con 3.500-4mila nuovi casi ogni anno, ma si registra una flessione che riguarda il numero dei casi in cui la sieropositività diventa Aids: i nuovi casi di malattia conclamata sono passati dai 5.653 degli anni precedenti ai circa 1.300 attuali. Questo calo drastico si spiega con l'introduzione nel 1995 della terapia antiretrovirale (Highly active antiretroviral therapy, Haart) una combinazione di tre farmaci diversi che colpisce il virus su diversi fronti, un approccio nuovo che ha cambiato radicalmente il decorso dell'infezione e la vita dei pazienti sieropositivi. «Oggi abbiamo a disposizione 25-26 farmaci antiretrovirali appartenenti a sei classi di farmaci diverse, che possiamo combinare nella Haart per colpire il virus» spiega Giampiero Carosi, direttore della Clinica di malattie infettive e tropicali degli Spedali Civili di Brescia. «Inoltre, si tratta di un virus che muta facilmente diventando resistente al farmaco, ma avere a disposizione tante opzioni di cura diverse tra loro permette di colpire più bersagli del virus rendendogli più difficile la "fuga"» aggiunge l'esperto. In 15 anni di esperienza, la Haart ha assunto un buon profilo di tollerabilità e si è evoluta anche in termini di somministrazione, alcune combinazioni infatti sono disponibili in un'unica pillola che si assume una volta al giorno.

«L'infezione da Hiv da patologia acuta e fatale è diventata così una patologia cronica, gestibile con farmaci con una sopravvivenza sovrapponibile a quella dei sieronegativi» sottolinea Carosi «ciò non toglie che la terapia antiretrovirale vada assunta per tutta la vita e dopo anni può avere effetti tossici anche importanti, per il cuore, i reni, il fegato e il sistema nervoso che devono essere riconosciuti per prevenire il danno d'organo modificando la terapia, con uno switch, cioè il passaggio a una combinazione diversa». Una possibilità, per ora ancora in fase di studio, per terapie più leggere o per poterle sospendere per sei mesi all'anno, è rappresentata dal vaccino terapeutico in sperimentazione presso diversi centri clinici italiani: «Il vaccino terapeutico che si sta testando in Italia ha dimostrato di essere sicuro e di potenziare il sistema immunitario provocando uno stimolo che porta alla produzione di anticorpi e cellule immunitarie. L'obiettivo è di tenere sotto controllo il virus senza Haart, ma ora bisogna passare alla terza fase di sperimentazione del farmaco».

Un altro fronte della sperimentazione interessa la profilassi con i farmaci, cioè la somministrazione degli antiretrovirali in soggetti a rischio sieronegativi per evitare che contraggano il virus. «La chemioprofilassi è un approccio che si usa in alcune malattie infettive» sostiene Carosi «ma contro l'Hiv gli studi sono ancora in corso e non ci sono certezze, non si sa se l'approccio funziona in tutti i soggetti, quale farmaco usare, per quanto tempo. Bisognerà ancora attendere per avere risultati certi e considerare anche gli aspetti etici e medici perchè l'uso di farmaci porta sempre al rischio di resistenza da parte del virus». Si direbbe quindi che al momento l'unica vera arma preventiva è il profilattico per un virus che è sessualmente trasmissibile: «La prevenzione primaria si basa su comportamenti sessuali corretti riassunti nel cosiddetto ABC, acronimo che sta per astinenza, fedeltà al partner fisso (Be faithful), e profilattico (condom) a cui deve seguire la prevenzione secondaria, cioè svelare quanto prima l'infezione mediante il test. Oggi oltre ai casi noti esiste un 25% di "sommerso", persone che non sanno di avere il virus che non da sintomi ma che viene trasmesso durante atti sessuali non protetti e che, curato tardi, è più difficile da gestire» conclude l'esperto.


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