E-cigarette e lotta al tabagismo: come si combatte la dipendenza

21 giugno 2013
Interviste

E-cigarette e lotta al tabagismo: come si combatte la dipendenza





Quanti fumatori incalliti speravano di avere risolto il problema? Invece la scoperta di metalli pesanti nei liquidi e le polemiche che ne sono scaturite hanno portato sul banco degli imputati anche la sigaretta elettronica. Tanto che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ne ha annunciato il bando dalle scuole, il divieto per i minori di 18 anni, e ha fatto trasparire la possibilità di vietarle anche nei locali pubblici in un prossimo futuro. «Il problema è che la sigaretta elettronica non è priva di rischi per la salute», spiega Luigi Janiri, psichiatra e coordinatore dell'ambulatorio per il trattamento riabilitativo per il tabagismo presso l'ospedale Gemelli di Roma, «sia per la composizione dei liquidi sia per il contenuto di nicotina. Perché non va dimenticato che in dispositivi come questo il rilascio della nicotina dipende dalla persona: dipende da quanto fumi. In pratica non consente alcuna manovra di scalaggio della quantità di nicotina come invece è possibile fare con i cerotti o la gomma da masticare. Quindi le terapie di disintossicazioni sono più complesse».

Lei ai suoi pazienti quindi le sconsiglia?
«A quelli che proprio non riescono a farne a meno dico di usare quelle senza nicotina».

Ma ha senso la sigaretta elettronica nella terapia di disintossicazione da tabagismo?
«Ha senso nella lotta alla dipendenza se facciamo la tara delle componenti tossiche. La sigaretta elettronica permette infatti di mantenere la gestualità, che è una delle componenti essenziali della dipendenza. La gestualità è anche ritualità: psicologicamente si resta dipendenti dal gesto dell'accendersi una sigaretta, per esempio in un determinato contesto sociale, o quando ci si deve concentrare. Ci sono molti casi in cui l'accendersi una sigaretta soddisfa un bisogno compulsivo, il famoso craving (letteralmente la bramosia di fumare, caratterizzata sia da una componente neurobiologica che da una componente psicologica e si genera in una zona del cervello diversa da quella dove alberga la dipendenza, ndr)».

Questo ha a che fare con il comportamento. Poi c'è la nicotina.
«Esatto, l'altra componente essenziale della dipendenza è la nicotina, che a dosaggi molto alti, ormai lo sappiamo con certezza, induce a dipendenza fisica. Per tornare alla sigaretta elettronica come strumento di lotta alla dipendenza, in teoria, ma molto in teoria, quella con la nicotina permetterebbe di trattate le due dipendenze: quella fisica scalando l'assunzione di nicotina e quella comportamentale della gestualità. Quelle senza nicotina soltanto il gesto. Deve essere chiaro, comunque, che si tratta di una sostituzione: levo un oggetto di dipendenza e lo sostituisco con un altro oggetto di dipendenza, solo un po' meno dannoso».

Quanti sono i tabagisti italiani?
«Quelli che vengono ai centri antitabacco ogni anno sono compresi tra i 400mila e gli 800mila. La fascia di italiani che avrebbero bisogno di contattare un centro di lotta alla dipendenza è valutata dieci volte tanto: tra i 4 e gli 8 milioni. Un numero altissimo che significa un costo sociale per la Sanità pubblica elevatissimo per tutte le complicanze fisiche che la loro dipendenza comporta».

Come si cura questa dipendenza?
«Si affronta con un approccio complesso, con l'azione congiunta di più competenze professionali, con l'integrazione tra diverse specializzazioni. Noi lavoriamo a stretto contatto con i pneumologi perché il tabagismo comporta modificazioni importanti a livello somatico, malattie che vanno dalle broncopatie ai tumori. Spesso in prima battuta il paziente viene preso in cura dagli internisti e poi lo passano a noi per il trattamento della dipendenza. Altre volte succede il contrario. Si lavora in équipe. E questo è veramente importante e decisivo».

Lo psichiatra come affronta questo tipo di dipendenza?
«La vera e propria cura della dipendenza si basa su un mix di terapie farmacologiche riabilitative, adesso ci avvaliamo di farmaci specifici per la cura del tabagismo, due molecole in particolare il bupropione, che in realtà è un antidepressivo, e la vareniclina, che invece è forse il primo farmaco antifumo specifico che nasce e ha solo questo tipo di indicazione. Ai farmaci si accompagna il trattamento riabilitativo, che è la cosa fondamentale. Nel nostro ambulatorio seguiamo un trattamento di gruppo, magari affiancato da colloqui individuali e motivazionali, basato sul principio di auto mutuo aiuto».

Che percentuale di successo avete?
«Il successo è alto. Soprattutto perché la persona che decide di sottoporsi alla terapia e vuole intraprendere il percorso riabilitativo, normalmente è una persona fortemente motivata. Noi abbiamo una percentuale di successo compresa tra il 60 e il 70 per cento. Va detto che siamo un centro giovane e quindi non abbiamo ancora un follow up di molti anni, ma in questi due anni di lavoro abbiamo avuto buoni esiti».


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