Sigaretta elettronica, sì nei luoghi pubblici. Servirà a combattere il fumo?

18 novembre 2013
Focus

Sigaretta elettronica, sì nei luoghi pubblici. Servirà a combattere il fumo?



fumo; sigarette elettroniche


I fumatori in Italia sono ancora 10 milioni. Un esercito. E questo nonostante ci sia stato un notevole calo negli ultimi 15 anni (dal 31 per cento del 1997 al 21 per cento nel 2013). E chi mostra più resistenza ad abbandonare il tabacco è la donna: solo il 6 per cento delle donne riesce a spegnere la sigaretta contro il 13 per cento degli uomini. Anzi le donne fumatrici crescono in percentuale rispetto ai fumatori uomini. Lo rivela una indagine Gfk Eurisko svolta in occasione del mese di novembre che è in tutto il mondo il mese di sensibilizzazione per il tumore al polmone, visto che il fumo è l'unico fattore di rischio accertato per il cancro al polmone, un killer che uccide 160.000 persone ogni anno.

Per una strana coincidenza, proprio nel mese nel quale vengo accesi i riflettori sui danni delle sigarette, il parlamento con il decreto Istruzione, convertito nei giorni scorsi in legge, ha eliminato il divieto assoluto di pubblicità delle sigarette elettroniche e quello di "svapare" nei luoghi pubblici: uffici, ristoranti, cinema, mezzi pubblici e bar. Rimane il divieto che riguarda le scuole.
«Ho soltanto recepito» ha spiegato il presidente della commissione Cultura della Camera Giancarlo Galan, autore dell'emendamento che ha cancellato la proibizione delle e-cig, «l'appello proveniente da una nuova filiera produttiva, per altro in forte espansione, massacrata da tassazione e da pesanti divieti di utilizzo e pubblicità a causa di un intervento normativo improvviso e forse poco approfondito. Non mi permetto di dare alcun giudizio medico scientifico su questo prodotto anche se gli ultimi studi sembrerebbero confortanti, come testimoniato dal Prof. Veronesi. Da convinto liberale quale sono ho solo ritenuto opportuno non affossare un nuovo modo di fare impresa con una regolamentazione ostruzionistica».

Tra i favorevoli alle e-cig c'è, infatti, l'oncologo Umberto Veronesi, che ha più volte dichiarato che le sigarette elettroniche sono utili per ridurre i fumatori e bilanciano qualche rischio con i grandi benefici. Come il fondatore dello Ieo - Istituto europeo di oncologia la pensa anche Riccardo Polosa dell'Università di Catania, esperto internazionale per la terapia del tabagismo: «Sono attonito dal fatto che colleghi blasonati affermino la pericolosità per la salute della nicotina, quando esiste una letteratura molto dettagliata che non ha mai documentato nulla del genere, fatta eccezione per alcuni danni a livello fetale. Può essere un veleno ma solo se assunta in quantità enormemente superiori a quelle contenute da una sigaretta». Polosa ritiene invece giusto il divieto delle sigarette elettroniche dentro le scuole: «Perché l'atto del fumare è diseducativo». Ma resta il dato di fatto, sostiene Polosa, che a giudizio di molti esperti internazionali la sigaretta elettronica è una porta di uscita, non di entrata al fumo convenzionale.

Un assist per i produttori di e-cig che sono, ovviamente, soddisfatti della decisione del Parlamento. Come afferma il presidente di Anafe-Confindustria, Massimiliano Mancini: «La modifica della norma che estendeva la legge Sirchia e il divieto di pubblicità previsti per le sigarette tradizionali anche alle sigarette elettroniche era assolutamente doverosa, in quanto certi divieti assoluti erano unici in Europa e anche dannosi. L'equiparazione tra i due prodotti non farebbe altro che spingere le persone verso le sigarette tradizionali».

«Una decisione assolutamente incomprensibile, presa semplicemente sulla base di un emendamento che improvvisamente cambia tutto». Così Silvio Garattini, farmacologo e direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, commenta l'emendamento. «Il punto» continua Garattini «è che viviamo in un Paese in cui non esistono più regole né consultazioni». Ma quali sono i rischi delle sigarette elettroniche? «Si ignora il fatto», è il parere di Garattini, «che l'effetto delle e-cig ancora non è conosciuto nel dettaglio e non ci sono a oggi studi scientifici che provino che le sigarette elettroniche aiutino effettivamente a smettere di fumare. Poi c'è il problema che è un fastidio per gli altri frequentatori dei luoghi pubblici, c'è il problema che comunque trasmette una gestualità che è negativa, infine non si sa quanta nicotina possa essere sprigionata e potenzialmente potrebbero dunque esserci dei rischi anche se inferiori rispetto al fumo passivo da sigaretta classica».

Anche Girolamo Sirchia, ex ministro della Sanità e attuale presidente della Consulta nazionale sul Tabagismo nonché autore della legge del 2003 con la quale è stato introdotto in Italia il divieto di fumo nei luoghi pubblici, si è detto «molto sorpreso». «È un cattivo provvedimento, non certo mirato alla salute pubblica, anche nella parte che riguarda la liberalizzazione della pubblicità. Non è certo una immagine edificante quella di una persona che fuma, anche se si tratta di una sigaretta finta».

«La ratio del divieto continua a persistere, per cui ci mobiliteremo per protestare contro questo provvedimento», sostiene Giacomo Mangiaracina, presidente dell'Agenzia Nazionale per la Prevenzione e direttore dell'unità di Tabaccologia dell'università Sapienza di Roma.

Il punto è esattamente questo: possono le sigarette elettroniche aiutare la lotta contro il tabagismo? Perché il problema da affrontare è che, nonostante tutte le campagne di dissuasione, le scritte macabre sui pacchetti di sigarette e la consapevolezza diffusa che fumare porti allo sviluppo del cancro al polmone, ancora 10,2 milioni di italiani vanno tutti i giorni dal tabaccaio. Calcolando un prezzo medio a pacchetto di 4 € stiamo parlando di quasi 30 milioni di euro che gli italiani bruciano ogni giorno: 11 miliardi all'anno. Senza contare i costi per la salute, per la sanità pubblica, per la qualità di vita dei fumatori e di chi ne ha conseguenze passive.

Per accendere i riflettori sul fumo e le sue conseguenze, come abbiamo ricordato prima, il mese di novembre è stato intitolato Lcam (Lung cancer awareness month), mese di sensibilizzazione sul tumore al polmone; in questa occasione Walce Italia (Women against lung cancer) grazie al contributo di Lilly Italia, ha commissionato l'indagine di Gfk Eurisko che ha utilizzato dati di 9560 individui dai 18 anni in su, e rappresentativi della popolazione italiana.

«Un vizio dalle conseguenze drammatiche non solo sul livello generale di benessere e qualità di vita dei fumatori, ma anche sui numeri del cancro considerato che il fumo di sigaretta è tuttora responsabile dell'85 per cento dei tumori polmonari» ha dichiarato Silvia Novello, Pneumo-oncologa presso il dipartimento di Oncologia, Università di Torino, Aou San Luigi Orbassano (TO) e Presidente Walce Onlus (Women against lung cancer in Europe). Il carcinoma polmonare ha un'incidenza in costante aumento: i nuovi casi per anno sono intorno ai 35-40.000/100.000 abitanti, e il tasso di mortalità è di 81/100.000 nei maschi e 12/100.000 nelle donne.
«Ma proprio sulle donne» sostiene Silvia Novello «sembra necessaria una specifica attività di sensibilizzazione considerato che la percentuale di donne fumatrici sia in crescita rispetto ai maschi, e che facciano fatica a smettere anche in momenti delicati come la gravidanza. Non è un caso che il tumore al polmone, prima esclusivo appannaggio del genere maschile sia ora una dei tumori che spaventa o meglio, dovrebbero spaventare, molto anche le donne».

Secondo i dati, oggi sono 4,5 milioni le donne che fumano, concentrate in una fascia di età fra i 25 e 54 anni. Sono meno casalinghe rispetto alle donne non fumatrici, in metà dei casi hanno figli, una su quattro ha figli minorenni. Nella maggior parte dei casi hanno genitori che fumavano, e tutte le donne fumatrici prima di aver figli hanno ricominciato, mediamente entro 8 mesi dopo il parto (da segnalare come quasi la metà abbia ricominciato immediatamente dopo, entro i primi 2 mesi dal parto).
Pensando ai motivi che potrebbero spingerle a smettere, al primo posto il costo (segno del forte impatto della crisi economica) e seri problemi di salute: importante e, in crescita rispetto al passato, anche la sensibilità al fumo passivo e lo stigma sociale. Ma i motivi che le hanno realmente spinte a smettere si devono ricercare nell'esperienza dei problemi quotidiani e nell'attenzione a sé e agli altri (piccoli disturbi, dipendenza, essere un modello positivo per i propri figli).

Sei su 10 sono uomini, giovani-maturi (l'80 per cento ha meno di 54 anni), concentrati nella fascia della popolazione con un profilo socio-culturale più basso rispetto ai non fumatori, anche se un terzo ha un titolo di scuola superiore e il 10 per cento una laurea. Quattro su 10 vivono con i figli, nella metà dei casi minorenni, uno su due fuma anche in casa. Rispetto a 15 anni fa diminuiscono i fumatori più giovani, segno che l'influenza sociale e le normative hanno favorito un minor accesso dei giovani al fumo.
Dal punto di vista psicologico il fumatore si descrive come una persona che ama le novità e il rischio, più nervoso, impulsivo e meno ordinato rispetto a chi non fuma. Nei confronti della salute mostra maggiore fatalismo e minore attenzione preventiva.

Confrontando i fumatori con i non fumatori nelle stesse fasce di età emerge in modo significativo come il fumo sia correlato alla qualità di vita, alla percezione del proprio stato di benessere (fisico e mentale) e allo stato effettivo di salute. Infatti, chi fuma ha una percezione più critica su tutti gli indicatori di qualità di vita (reddito, istruzione, lavoro, abitazione, affetti e salute), valuta in modo più negativo il suo stato di salute (fisico e mentale), dichiara di soffrire maggiormente di disturbi episodici (mal di testa, mal di gola tosse e bruciori di stomaco) e cronici (problemi circolatori, asma e diabete). Insomma, il fumo è correlato ad una qualità di vita e stato di salute significativamente peggiore rispetto alle persone non fumatrici.


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