Un nuovo test italiano aiuta a diagnosticare l’Alzheimer

05 maggio 2014
Interviste

Un nuovo test italiano aiuta a diagnosticare l'Alzheimer



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Il rame sta diventando sempre più prezioso e oggi, grazie ai risultati di uno studio italiano da poco pubblicato sulla rivista Annals of Neurology, potrà anche aiutare a ottenere informazioni importanti sull'Alzheimer.
Paolo Maria Rossini, direttore dell'Istituto di Neurologia del Policlinico A. Gemelli di Roma e direttore scientifico dell'Associazione Fatebenefratelli Ricerca (AFaR) da cui dipende Rosanna Squitti "principal investigator" di questo filone di ricerca, ci spiega come funziona il nuovo test che però - è importante sottolinearlo - non rappresenta una sfera di cristallo capace di svelarci il futuro della malattia in tutti i suoi dettagli.

Cos'è l'Alzheimer?
«L'Alzheimer è la forma più frequente di demenza. Colpisce soprattutto persone anziane ed è dovuta ad una lenta e progressiva degenerazione dei punti di contatto tra le cellule nervose (sinapsi) e dei neuroni. Il risultato è la distruzione dei circuiti che determinano le funzioni più sofisticate del cervello come memoria, linguaggio, capacità di riconoscere gli oggetti, la capacità di muoversi nello spazio di casa e della propria città, Paese, eccetera. Nelle fasi finali della malattia i malati devono essere assistiti in tutto e per tutto dal momento che perdono totalmente le loro autonomie».

Come viene diagnosticato?
«Per la diagnosi ci si basa oggi su test neuropsicologici che danno punteggi numerici e servono in pratica a "misurare" le funzioni cognitive. A questi si stanno affiancando anche esami come Risonanza magnetica, Pet o elettroencefalogramma e anche la puntura lombare per misurare nel liquido cefalorachidiano - quello che circola attorno al cervello - la presenza di alcune molecole come la Beta Amiloide e la Proteina Tau».

In cosa consiste il nuovo test? È già disponibile?
«È un banalissimo prelievo di sangue. Su questo prelievo si eseguono delle analisi che permettono di dosare il rame "libero" - cioè non legato alla ceruloplasmina che normalmente si attacca ad esso e non gli permette di raggiungere il cervello e di danneggiarlo. Per adesso l'unica struttura pubblica presso di cui è eseguibile il test è il Policlinico Gemelli di Roma, ma per eseguirlo bisogna pagare 140 euro perché l'esame non è ancora riconosciuto dal Sistema sanitario nazionale».

A quali persone è rivolto il nuovo esame?
«Il test è utile nei malati di Alzheimer per avere informazioni sulla prognosi: circa il 60 per cento dei casi mostra livelli elevati di rame che - se non corretti - potrebbero rendere più aggressivo il decorso della malattia. L'esame è utile anche nei cosiddetti Mci (Mild cognitive impairment), soggetti ancora del tutto autonomi e "normali" dal punto di vista cognitivo nei quali i test neuropsicologici dimostrano un deterioramento molto iniziale e che sviluppano una malattia di Alzheimer in circa il 50 per cento dei casi nei cinque anni successivi. Infine, il test viene consigliato nelle persone che hanno una storia familiare significativa per la malattia».

Perché misurare il livello di rame e in particolare quello "libero"?
«Il rame libero supera senza problemi la barriera-filtro che separa il circolo del sangue dal cervello e vi penetra accumulandosi nei capillari e danneggiandolo. Questa forma di rame è il prodotto del normale metabolismo del rame, tuttavia alcuni soggetti sono geneticamente destinati a essere cattivi metabolizzatori del rame e quindi possono produrre un eccesso di rame libero senza avvertire particolari disturbi anche per molti anni».

Basta questo esame per conoscere con certezza la probabilità di ammalarsi di Alzheimer?
«Assolutamente no. Tutti gli esami sopra descritti rimangono indispensabili per arrivare alla diagnosi. Il test da noi predisposto non si sostituisce quindi a quelli in corso, ma si associa ad essi perché aiuta a prevedere l'andamento e soprattutto può mettere a disposizione un metodo per eliminare uno dei fattori che concorrono alla malattia e al suo decorso».

E una volta scoperto di avere una probabilità alta di contrarre la malattia, cosa si può fare? Ci sono strategie preventive?
«Oggi non c'è modo di bloccare la progressione della malattia in chi è già ammalato. Si può tuttavia - e sempre di più si potrà - rallentarla cercando di allungare al massimo la durata del periodo di piena o relativa autonomia. Per esempio, lo svolgere attività fisica tutti i giorni, l'utilizzo di "ginnastica cognitiva" sono fattori legati allo stile di vita che ritardano l'insorgenza della malattia e ne rallentano il decorso. Grazie al nuovo test c'è un nuovo intervento possibile: se il livello di rame elevato si possono instaurare delle diete e/o dei trattamenti con integratori e/o farmaci che possono ridurre la quota di quello libero».


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