Linfomi, con nuove terapie più efficacia e meno effetti collaterali

07 giugno 2013
Interviste

Linfomi, con nuove terapie più efficacia e meno effetti collaterali



linfoma


I linfomi sono un gruppo di tumori del sistema linfatico molto eterogeneo, si possono elencare almeno una trentina di entità cliniche che a loro volta vengono curate da terapie diverse tra loro. Alcune forme sono più diffuse, come il linfoma di Hodgkin che rappresenta il 30-40% di tutti i linfomi soprattutto nei giovani o il linfoma non Hodgkin che è il più diffuso in età adulta, in particolare dopo i 65 anni. Le prospettive di guarigione sono incoraggianti e raggiungono fino all'80% in alcune forme. Possibili miglioramenti saranno realizzabili con l'introduzione di nuove terapie attese a breve anche in Italia, di cui Pier Luigi Zinzani, professore associato in Ematologia presso l'Università di Bologna, parla a Dica33.

Quali sono le attuali opzioni terapeutiche per curare i linfomi più diffusi?
L'attuale schema terapeutico di queste patologie prevede l'impiego di una polichemioterapia eventualmente associata a un anticorpo monoclonale. In particolare, i linfomi di Hodgkin vengono trattati con una combinazione di chemioterapici che permettono di guarire il 75-80% dei pazienti. Per i linfomi non Hodgkin aggressivi e non Hodgkin indolenti, bisogna fare una distinzione. Per i primi, per quanto aggressivi, si ottiene una guarigione in più della metà dei casi utilizzano adeguatamente gli attuali trattamenti che prevedono la combinazione di chemioterapia e immunoterapia con l'anticorpo monoclonale rituximab. Per le forme cosiddette indolenti, vale a dire più lente nel loro decorso e spesso asintomatiche nelle fasi iniziali, dunque più subdole, è più difficile eradicare la malattia e molto spesso sono recidivanti con un andamento clinico cronico, nonostante rispondano bene al trattamento con chemioterapia e rituximab.

Che cosa è cambiato nella terapia e con quali vantaggi?
La novità è l'introduzione nell'armamentario terapeutico di un chemioterapico chiamato bendamustina la cui efficacia, in combinazione con il rituximab, rappresenta la risposta per quei pazienti che non rispondono alla terapia di prima linea, che hanno ricadute oppure che hanno problemi di tollerabilità rispetto allo standard, in particolare nei soggetti anziani. Per quanto riguarda i linfomi di Hodgkin, il farmaco ha riacceso le speranze nell'approccio terapeutico nei pazienti recidivanti o refrattari. Tra i casi di linfomi non Hodgkin aggressivi, in particolare per i linfomi diffusi a grandi cellule che sono i più frequenti, vengono trattati pazienti molto anziani a volte anche con più di 80 anni e che, dunque, presentano fragilità e comorbidità. In questi soggetti è molto importante ridurre la tossicità del trattamento tipica della chemioterapia in cui è presente una antraciclina, molecola con elevata tossicità e potenzialmente cardiotossica. La bendamustina, in combinazione con rituximab, offre un profilo di efficacia e tollerabilità migliore, quindi buoni risultati clinici ma con meno effetti collaterali come nausea, vomito, alopecia e senza tossicità cardiologica. Tali vantaggi per le forme non aggressive si confermano anche per le forme indolenti e si traducono in una maggiore accettazione da parte del paziente e in una migliore qualità della vita a fronte di un'elevata efficacia che promette di aumentare le percentuali di guarigione. È attesa l'approvazione dell'Aifa che permetterà di intervenire con il nuovo schema anche al primo esordio della patologia, mentre a oggi è usato solo come strategia di seconda linea.

Il linfoma quindi in molti casi si può curare?
I dati attuali ci dicono che, con le attuali terapie è guaribile il 75-80% dei casi di linfoma di Hodgkin, risultato importante considerando che colpisce soprattutto fasce giovani con una lunga aspettativa di vita. Guarisce anche il 40-45% dei linfomi non Hodgkin aggressivi e il 25-30% dei non Hodgkin indolenti, percentuale più bassa dal momento che hanno più probabilità di recidive. Per poter considerare un paziente guarito devono trascorrere almeno 5 anni dalla remissione, cioè dal momento in cui non ci sono più segni di malattia. Dall'uso dei nuovi schemi terapeutici ci attendiamo miglioramenti dei risultati, soprattutto nelle forme indolenti, nei prossimi 5-10 anni, ma bisognerà attendere, per avere i dati sui pazienti che verranno avviati al trattamento.

Simona Zazzetta


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