Tiroide: scovata la molecola che riesce a “intossicare” le cellule del tumore

17 luglio 2014
Interviste

Tiroide: scovata la molecola che riesce a "intossicare" le cellule del tumore



tumore della tiroide


Gli esperti lo chiamano metuosi, dal greco metuo, che significa "bere fino a intossicarsi". Si tratta in pratica di un meccanismo capace di portare alla morte delle cellule, osservato per la prima volta qualche anno fa da un gruppo di ricercatori statunitensi in un tumore del sistema nervoso. Dall'Istituto dei tumori di Milano arriva oggi la notizia che questo meccanismo può essere innescato anche nelle cellule della tiroide usando una molecola chiamata miR-199a-3p. Ci spiega i dettagli della ricerca e le sue possibili implicazioni Maria Grazia Borrello, coordinatrice di questo studio che con i suoi risultati conferma ancora una volta il ruolo di primo piano della ricerca italiana.

Quali sono i numeri del tumore della tiroide?
«Il tumore della tiroide colpisce una larga fascia di età (25-70 anni) ed è circa tre volte più comune nelle donne che negli uomini, ma resta comunque un tumore poco frequente: rappresenta infatti circa l'1-2 per cento di tutti i tumori e si divide in diversi sottotipi tra i quali la forma papillare - quella che abbiamo studiato nel lavoro appena pubblicato - è la più comune (80-85 per cento circa dei casi). Le altre tipologie (follicolare, poco differenziato, midollare e anaplastico) sono invece decisamente più rare. Molte persone nel corso della vita scoprono di avere dei noduli tiroidei, ma è importante ricordare che tali noduli si rivelano tumorali solo in una percentuale molto bassa di casi, vicina al 5 per cento.

Tra i fattori di rischio possiamo citare l'esposizione a radiazioni: il rischio aumenta sia nelle persone sottoposte a radiazioni terapeutiche, come per esempio radioterapie per altri tumori, sia in quelle esposte a materiale radioattivo, come nel caso del disastro di Chernobyl».

Quanto sono efficaci i trattamenti attuali e quanto è importante metterne a punto altri?
«Molto spesso i trattamenti per il tumore papillare della tiroide sono efficaci: possiamo dire di essere di fronte a una malattia che risponde molto bene ai trattamenti chirurgici o alla radioterapia. Resta però una piccola percentuale di casi nei quali la malattia progredisce nonostante le terapie e proprio per questo 10 per cento è importante cercare nuove strategie terapeutiche».

Quali novità nel trattamento arrivano dalla nuova scoperta?
«Nel nostro studio abbiamo dimostrato che una piccola molecola di Rna chiamata miR-199a-3p è meno espressa nel tumore rispetto alle cellule normali e successivamente abbiamo dimostrato che si tratta di un oncosoppressore, ovvero è una molecola capace di tenere a bada le cellule tumorali. Infatti - inserendolo nuovamente nelle cellule tumorali della tiroide che ne erano carenti - siamo riusciti a ridurre la migrazione delle cellule e la loro proliferazione, ma soprattutto abbiamo visto che riuscivamo a innescare il meccanismo della metuosi: le cellule tumorali si riempivano di liquido fino a scoppiare. Questo meccanismo potrebbe rappresentare in futuro un modo per attaccare le cellule del tumore e distruggerle passando da vie alternative a quelle utilizzate finora. Bisogna però ricordare che i risultati del nostro studio sono solo il punto di partenza del percorso, piuttosto lungo e complesso, per arrivare forse a nuove terapie anti-cancro. È necessario, come prima cosa, comprendere a fondo la metuosi e le molecole implicate nel processo prima di pensare a utilizzarle come bersagli di nuovi farmaci o trattamenti».

Questa scoperta e quelle che verranno in seguito a questo "primo passo" sono limitate ai tumori della tiroide o possono essere utili anche per altri tumori?
«Identificare un meccanismo alternativo a quelli già noti per indurre la morte delle cellule tumorali è di sicuro interesse anche per altri tumori. Anzi, questo meccanismo era stato indotto e identificato per la prima volta nel glioblastoma (un tumore del sistema nervoso) ed esistono già due composti - provati solo in sistemi sperimentali - capaci di uccidere le cellule del glioblastoma innescando la metuosi. Al momento però non siamo ancora in grado di dire quali sono in dettaglio i geni e le molecole coinvolte nel processo ed è molto probabile che ci siano sfumature diverse tra un tumore e l'altro: come se ci fossero diversi percorsi possibili per raggiungere il traguardo finale della distruzione delle cellule del cancro».


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