Cervello umano: nascono nuovi neuroni almeno fino ai 90 anni

28 marzo 2019

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Cervello umano: nascono nuovi neuroni almeno fino ai 90 anni



Il cervello umano mantiene la capacità di rigenerarsi e produrre neuroni almeno fino ai 90 anni. Lo dimostrano le analisi condotte dai ricercatori del Centro di biologia molecolare "Severo Ochoa" di Madrid sui campioni prelevati da 58 persone decedute che hanno evidenziato la presenza di migliaia di nuove cellule nervose in via di maturazione.

Luca Pani professore Ordinario di Psichiatria Clinica all'Università di Miami e Ordinario di Farmacologia presso l'Università di Modena commenta questa scoperta con due considerazioni: «La prima è che anche il cervello mantiene, almeno in alcune aree importanti, la capacità di rigenerarsi, il che significa poter studiare le condizioni fisiologiche (attività fisica; igiene del sonno; dieta etc) che preservano questa caratteristica ma anche ottenere informazioni su quelle patologiche, come le demenze o anche i disturbi di memoria e le malattie degenerative in cui questa capacità è perduta. La seconda considerazione è che una volta individuate le cellule staminali neuronali e i determinanti che le rendono tali, si potrebbero identificare anche i bersagli terapeutici da attivare con opportuni farmaci».


Ippocampo: la sede della memoria


I ricercartori hanno trovato nell'ippocampo un'abbondante popolazione di neuroni di nuova formazione che esibivano un grado di maturazione variabile. «Questo non sorprende, l'ippocampo è una struttura densa di cellule molto complesse che possono avere ognuna sino a 50.000 contatti (sinapsi) con le altre cellule mentre la media per i neuroni di altre aree cerebrali è circa cinque volte inferiore. L'ippocampo è la sede delle nostre memorie ed è un'area fortemente compromessa e sin dal principio in molte forme di demenza».
Questo significa che se si fosse capaci di rilevare il processo di neurogenesi con metodi non invasivi si avrebbe un importante biomarcatore della progressione della malattia di Alzheimer nei pazienti.
Lo studio è stato pubblicato su Nature Medicine.

Piergiorgio Mulas


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