Disturbi digestivi ed epatobiliari, proprietà del Boldo

06 giugno 2021
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Disturbi digestivi ed epatobiliari, proprietà del Boldo


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Il Boldo (Peumus boldus Molina) rappresenta una pianta medicinale il cui uso, profondamente radicato nella medicina tradizionale, è stato di recente oggetto di attenzione dal punto di vista farmacologico. Fa parte alla famiglia delle Monimiaceae, dicotiledoni, appartenenti all'ordine Laurales. I reperti archeologici, caratterizzati da impronte di molari umani, mostrano che le foglie furono masticate, per scopi sconosciuti, da alcuni dei primi abitanti del Sud America 14.600 anni fa e la sua corteccia fumata apparentemente in un contesto rituale 1000-1500 anni fa. Endemico del Cile, il Boldo cresce in un clima mediterraneo, si trova soprattutto nelle colline secche e soleggiate delle province di Valparaiso, Santiago e Concepción. Fu acclimatato in Europa alla fine del XIX secolo nelle zone aride del bacino del Mediterraneo (specialmente Italia e Nord Africa), così come nel Nord America (California). Almeno due fattori hanno contribuito al rinato interesse per questa specie: l'accumulo di un'ampia base di conoscenze fitochimiche sui suoi componenti alcaloidei (isolamento, identificazione e quantificazione) e la diffusa percezione culturale come pianta medicinale efficace per il trattamento di disturbi digestivi ed epatobiliari. Juan Ignacio Molina è il botanico e naturalista cileno che due secoli fa per la prima volta descrisse il Boldo, le cui testimonianze giungono direttamente dal suo testo: "i paesani... impiegano la scorza del frutto... per profumare le botti prima di mettervi il vino... per la concia delle pelli...per la tintura di color tanè (marrone chiaro)".

Gli alcaloidi del Boldo


Il profilo alcaloideo di Peumus boldus è altamente variabile; una testimonianza si trova nei problemi relativi al sesso degli alberi e all'età delle foglie, i quali sono stati affrontati in uno studio analizzando le foglie "nuove" (verde chiaro, morbide) e "vecchie" (verde scuro, coriacee) di venticinque alberi maschi e venticinque alberi femmine. Le differenze sessuali sono evidenti nelle foglie nuove degli alberi maschi che sono significativamente più ricche di boldina, laurotetanina e N-metillaurotetanina rispetto a quelle degli alberi femmine. Le foglie più vecchie hanno concentrazioni più elevate della maggior parte degli alcaloidi ad eccezione dell'isocoridine, senza alcuna differenza tra i sessi. Inoltre, le foglie raccolte dagli alberi coltivati sono più ricche di alcaloidi delle foglie selvatiche. In quest'ultimo caso, le foglie giovani e tenere contengono concentrazioni di alcaloidi significativamente più basse rispetto alle foglie mature e coriacee e la raccolta regolare sembra favorire la produzione di alcaloidi. Tutte le parti del boldo contengono alcaloidi e il legno ha una concentrazione maggiore rispetto alle foglie. Considerando la boldina, sarebbe interessante prendere in esame anche la corteccia in quanto contiene maggior quantità di boldina, sarebbe altrettanto stimolante approfondire le proprietà degli altri alcaloidi, i quali destano oggi notevole curiosità.

Boldina nella malattia di Alzheimer


La malattia di Alzheimer è la causa più comune di demenza senile in tutto il mondo, caratterizzata da deficit sia cognitivi che comportamentali. È stato scoperto che i peptidi betamiloidi e gli oligomeri sono responsabili di diversi meccanismi durante lo sviluppo della patologia, tra cui l'alterazione dell'omeostasi cellulare e della funzione sinaptica, le quali conducono inevitabilmente alla morte cellulare. Un recentissimo studio rivela che la boldina interagisce con i peptidi betamiloidi in silico influenzandone l'aggregazione e proteggendo i neuroni dell'ippocampo dall'insufficienza sinaptica indotta dagli oligomeri betamiloidi. Oltre al resto, normalizza i livelli intracellulari di ioni calcio associati ai mitocondri o al reticolo endoplasmatico. La boldina fornisce dunque una rilevante neuro protezione nei modelli di Alzheimer tramite interazioni dirette con i peptidi betamiloidi che prevengono lo stress ossidativo e la disfunzione mitocondriale. Sono tuttavia necessari studi in vivo per valutare l'effetto di questo alcaloide sui deficit cognitivi e comportamentali indotti da peptidi betamiloidi.

Fabio Milardo, Erborista

Fonte: Farmacista33

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