Il vaccino per il diabete: è ancora presto per parlarne, ma la strada è giusta

05 luglio 2013
Interviste

Il vaccino per il diabete: è ancora presto per parlarne, ma la strada è giusta



vaccino diabete giovanile tipo 1


«È un grandissimo studio e un importantissimo progresso scientifico, però....». Carlo Bruno Giorda, presidente della Fondazione Associazione medici diabetologi, quando si parla di un potenziale vaccino contro il diabete giovanile - ovvero dei risultati della ricerca di Lawrence Steinman dell'Università di Stanford che è riuscito a fermare il processo distruttivo delle cellule pancreatiche che sta alla base del diabete di tipo 1 - sembra avere qualche dubbio. «Per carità, nessuna perplessità, il valore del lavoro svolto e l'importanza del risultato ottenuto sono innegabili. Dico solo di stare attenti a non enfatizzare troppo ciò che è successo».

Perché, che cosa è successo in realtà?
«Fino a ora non è stata trovata una soluzione che sia sicuramente in grado di impedire la progressione o l'insorgenza del diabete. È successo che per la prima volta sono riusciti a stoppare, se possiamo usare questo verbo, il processo autoimmune che distrugge le cellule beta del pancreas, ovvero il meccanismo con cui si sviluppa il diabete. E, si badi bene, questa è una notizia importantissima, che lascia intravedere una possibilità di ricerca che prima non esisteva. Ecco, oggi si è aperta una nuova via che ci dà molte speranze per il futuro».

Ma i ricercatori americani hanno parlato di "un vaccino che potrà funzionare su quei pazienti che hanno ancora una qualche funzionalità del pancreas, che consente alle residue cellule produttrici di insulina di guarire".
«Possibilità di guarire è un po' grossa. Diciamo che ora c'è la possibilità di mantenere un livello accettabile di secrezione di insulina, però...».

Ancora un però?
«Purtroppo sì, perché prima di tutto quando noi scopriamo il diabete 1 la maggior parte di queste cellule se ne è già andata e quindi questo metodo, che sulla carta potrebbe essere efficacissimo, deve essere accompagnato dalla capacità di trovare il diabete all'esordio. Direi addirittura quasi prima che si manifesti. E noi oggi noi non abbiamo nessun marchio, nessun indicatore che ci possa dire con certezza che un soggetto sta per avere il diabete 1 prima che questo si sia manifestato appieno. Quindi il metodo, che, ripeto, è molto interessante, sarà efficace quando avremo individuato un modo per accorgerci che una persona sta ammalandosi».

Cosa intende per "esordio" del diabete?
«Intendo esattamente esordio: 15 giorni. Le stime ci dicono che il diabete si manifesta in un paziente quando ha già perso l'80/90 per cento delle cellule che producono insulina. Ecco bisognerebbe intervenire quando di queste cellule ce ne siano ancora funzionanti almeno il 50 per cento. Averne solo il 20/10 per cento sane non consente un'attività insulinica sufficiente a vivere bene, anche se permette di gestire meglio il diabete. Ecco in situazioni di questo tipo la prospettiva non è quella di sconfiggerlo, ma di fermarlo a un livello che lo rende più facile da trattare. Direi che questa è un'ipotesi possibile».

Un'ipotesi che comunque è un importante passo in avanti.
«Certamente. Anche se bisogna vedere che cosa succede andando oltre il periodo che loro hanno studiato, cioè un anno. Noi oggi non sappiamo quanto duri questo effetto, sappiamo che si riesce a invertire il processo negativo e ad avere un aumento di produzione di insulina, e questa è notizia grandissima. Come ho detto prima una porta aperta su nuovo filone di ricerca che può dare grandi risultati».

Risultati che per ora sono legati al momento in cui si riesce a diagnosticare il diabete.
«Sì, se riusciremo a trovare un indicatore, per esempio individuando con un esame del sangue un patrimonio genetico particolare che ci dice con precisione che un ragazzo ha un'elevatissimo rischio di iniziare, o anche che ha appena iniziato, questo processo, allora una soluzione come questa diventa efficacissima. Perché blocca il processo prima che questo inizi la distruzione delle cellule. Mentre nei soggetti che ormai hanno già avviato da tempo questo processo, c'è il rischio che si intervenga a spegnere il fuoco quando l'edificio è già bruciato».


Quindi bisogna solo aspettare.
«Bisogna aspettare che la ricerca vada avanti, bisogna scoprire che cosa succede dopo un anno di questo vaccino. Non sappiamo ancora troppe cose. Ecco la risposta giusta è: non sappiamo. Ma siamo molto contenti di questa notizia, perché abbiamo una nuova strada davanti a noi».


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