Ebola in Congo: cos'è il nuovo ceppo e perché l’Oms ha dichiarato l'emergenza
Il 17 maggio 2026 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato un'emergenza sanitaria di rilevanza internazionale per il focolaio di Ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e in Uganda. Non è una pandemia - l'Oms è esplicita su questo - ma la situazione è definita "straordinaria" per una ragione precisa: il ceppo coinvolto, il Bundibugyo, non ha vaccini né farmaci specifici approvati, a differenza della variante Zaire contro cui esistono strumenti efficaci. Al 16 maggio, otto casi erano stati confermati in laboratorio, con 246 sospetti e 80 morti probabili nella provincia dell'Ituri, nel Congo orientale. Due casi confermati erano già stati segnalati a Kampala, in Uganda, entrambi in terapia intensiva. Per l'Italia e l'Europa il rischio è attualmente basso, ma vale la pena capire cosa sta succedendo.
Cos'è l'Ebola e come si trasmette
L'Ebola è una malattia virale grave, spesso fatale, che causa febbre alta, dolori muscolari, vomito, diarrea e nelle fasi più avanzate emorragie. Si trasmette per contatto diretto con i fluidi corporei di una persona infetta o deceduta per la malattia: sangue, sudore, saliva, urine, feci. Non si trasmette per via aerea come l'influenza.
Il virus prende il nome dal fiume Ebola, nella Repubblica Democratica del Congo, dove fu identificato per la prima volta nel 1976. Da allora il Congo ha attraversato 17 focolai. Il più grave è stato quello del 2018-2019 nelle province del Nord Kivu e dell'Ituri, che ha causato oltre 2.000 morti.
Il ceppo Bundibugyo: perché è diverso
Non tutti i ceppi di Ebola sono uguali. Il più conosciuto è il ceppo Zaire, contro cui esistono vaccini approvati e trattamenti specifici. Il ceppo attuale, il Bundibugyo, è diverso: sono stati documentati solo due focolai precedenti, nel 2007 e nel 2012, entrambi in Uganda. La mortalità stimata è intorno al 25-35% nei casi confermati, inferiore a quella del ceppo Zaire, ma comunque elevata.
Il problema centrale, come sottolinea l'Oms nella dichiarazione di emergenza, è che non esistono vaccini né farmaci specifici approvati per questa variante. I vaccini altamente efficaci sviluppati contro il ceppo Zaire non hanno la stessa applicabilità. L'assenza di contromisure è uno dei fattori che ha spinto l'Oms a dichiarare l'emergenza internazionale.
La situazione aggiornata
Al momento della dichiarazione dell'Oms, il quadro epidemiologico era il seguente: otto casi confermati in laboratorio, 246 casi sospetti e 80 morti probabili nella provincia dell'Ituri, in almeno tre zone sanitarie, tra cui Bunia, Rwampara e Mongbwalu. Quattro operatori sanitari erano deceduti in un contesto clinico compatibile con febbre emorragica virale, segnale di una possibile trasmissione all'interno delle strutture ospedaliere.
Due casi confermati erano stati identificati a Kampala, in Uganda, il 15 e 16 maggio in individui che avevano viaggiato dalla Rdc; entrambi erano ricoverati in terapia intensiva. La diffusione oltre confine è quindi già avvenuta.
L'Oms avverte esplicitamente che il numero reale di infetti è probabilmente molto superiore a quello rilevato: l'alto tasso di positività dei campioni raccolti (8 positivi su 13 testati in aree diverse), i cluster di morti nelle comunità e l'aumento dei casi sospetti suggeriscono un focolaio più ampio di quello attualmente documentato.
Perché la situazione è definita "straordinaria"
Oltre all'assenza di vaccini e farmaci specifici, l'Oms evidenzia diversi fattori che rendono questo focolaio particolarmente difficile da contenere. La regione dell'Ituri è attraversata da una crisi umanitaria prolungata e da instabilità politica. La stessa area, tra l'altro, fu teatro del grande focolaio 2018-2019. L'alta mobilità della popolazione, la presenza di numerose strutture sanitarie informali e la natura semi-urbana dei principali focolai aumentano il rischio di diffusione.
A questo si aggiunge la difficoltà diagnostica: i sintomi iniziali di Ebola, ovvero febbre, mal di testa e dolori muscolari, sono facilmente scambiabili per altre malattie infettive comuni nella regione.
Qual è il rischio per l'Italia e l'Europa
L'Oms è chiara: i paesi con confini terrestri con la Rdc sono ad alto rischio. Per l'Europa, invece, Italia inclusa, il rischio è classificato come basso.
L'Oms raccomanda esplicitamente che nessun paese chiuda le proprie frontiere o imponga restrizioni ai viaggi. Queste misure, storicamente, non hanno fermato la diffusione delle malattie ma al contrario hanno ostacolato i soccorsi. I passeggeri in arrivo da zone a rischio non necessitano di screening nei paesi non direttamente coinvolti, secondo le indicazioni attuali.
Chi ha viaggiato o prevede di viaggiare nelle aree colpite del Congo orientale dovrebbe consultare il proprio medico o un centro di medicina dei viaggi prima della partenza.
Le misure raccomandate
Per i paesi direttamente colpiti, l'Oms raccomanda l'attivazione immediata dei meccanismi di emergenza, il rafforzamento della sorveglianza e del tracciamento dei contatti, misure rigorose di prevenzione nelle strutture sanitarie e l'avvio di sperimentazioni cliniche per sviluppare e testare terapie candidate.
Per i paesi confinanti con la Rdc, è richiesto il potenziamento della sorveglianza e della capacità diagnostica. Per tutti gli altri paesi - inclusi quelli europei - l'indicazione è di informare la popolazione e prepararsi a gestire eventuali casi di importazione, senza misure restrittive.
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