Dalla Memoria all’”Anima”

05 agosto 2019

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Dalla Memoria all’”Anima”



Si preannuncia come la ricerca del secolo. E forse lo sarà davvero. Dimenticatevi del Sacro Graal, del fondo degli Oceani e delle rovine di Atlantide. Si tratta di qualcosa di molto più santo e impenetrabile; di più impalpabile eppure più grande di un atomo. Tanto importante da richiamare l'Idea di Dio.
I neurobiologi (e non solo loro) da qualche tempo sono impegnati in un viaggio culturale di studio tecnico-filosofico lungo e faticoso: quello che dovrebbe portare a descrivere le radici biologiche della nostra coscienza ovvero dei suoi incoscienti contraltari e quindi dell'anima.
Un viaggio che è certamente partito da molto lontano.

Democrito (460-370 a.C.) affermava che gli uomini, come qualunque altra cosa, erano costituiti da atomi e dal vuoto e che quindi la loro anima doveva essere lo stato supremo e meglio organizzato della materia. Come tale l'anima, dovunque essa si trovasse (cuore, cervello o polmoni) doveva essere descrivibile e misurabile. Democrito ignorò forse volutamente che il caso dell'anima poteva essere un po' speciale e l'apparenza completamente diversa dalla sostanza.  

Secondo Platone (429-347 a.C.) l'anima era sostanza immateriale, in grado di esistere indipendente dal corpo e capace, nella pura contemplazione, di arrivare alla somma conoscenza. Platone pensava che la mente fosse all'interno della testa, non perché sede del cervello, ma perché il cranio aveva quella forma rotondeggiante che richiamava la sfera, cioè la più pura e assoluta delle forme geometriche. Un concetto su cui non tutti saranno d'accordo. Aristotele sosterrà che la mente e l'anima stanno nel cuore. Un ragionamento il suo, come sempre, logico: l'anima vitale è calore, il sangue è caldo, il cuore pompa il sangue e fornisce il calore, quindi l'anima è nel cuore. 
La teoria di Platone aveva postulato, tra l'altro, una divisione insormontabile tra il mondo delle cose e quello delle idee. Un dualismo che ha resistito con sorprendente vitalità sino a quando ci si iniziò a chiedere in che modo la mente umana potesse mai arrivare a conoscere realmente se stessa e come le neuroscienze e la psicologia sperimentale avrebbero potuto descrivere i nostri stati coscienti nel momento e nella forma in cui avvenivano.
Qualcosa che stiamo riuscendo a fare solo negli ultimi tempi. Dopo 2500 anni.
Il grande attacco alla visione antinaturalistica di Platone sarebbe arrivato con i primi successi delle scienze empiriche, ma perché ciò avvenisse bisognerà aspettare quasi venti secoli, bisognava aspettare cioè l'avvento del Rinascimento. Fu allora che si moltiplicarono i tentativi per determinare come fosse possibile costruire una vera visione scientifica del mondo basandosi sulla semplice osservazione e sulla sperimentazione. 

Cartesio (1596-1650) cercò di stabilire un Metodo in grado di distinguere la vera conoscenza da quella apparente, per separare i dati reali dalle opinioni. La sua strategia fu semplice, si trattava di partire da una certezza iniziale e quindi, su quella, costruire tutto il resto. Non fu probabilmente un caso se Cartesio, affrontò subito il problema dell'anima. Gli sembrò che una delle certezze fondamentali dell'uomo fosse quella di avere pensieri, emozioni e dubbi. Il fatto che l'insieme dei processi cognitivi corrispondesse a una realtà esterna non era dimostrabile, ma essi erano prova di una realtà interna e dell'esistenza di un uomo cosciente.
La famosa intuizione: "Cogito ergo sum" divenne così il pilastro portante della fondazione del sapere cartesiano. Anche per Cartesio esisteva un dualismo assoluto: la mente era una sostanza non-fisica, totalmente separata dal cervello materiale e dal tessuto che lo costituiva. Ciò nasceva soprattutto da un'osservazione empirica: la complessità del pensiero umano, la nostra capacità di pensare a più cose contemporaneamente, risolvere problemi, amare, odiare e prendere decisioni sulla nostra vita, suggerivano a Cartesio che la mente dell'uomo aveva delle peculiarità uniche, che non potevano essere fisiche e che, quindi, non potevano essere misurabili e quindi studiabili.
E Cartesio ha avuto ragione per molto tempo, almeno sino a qualche anno fa. Sino a quando la neurobiologia non ha avuto a disposizione nuove tecnologie per affrontare il problema dell'antico dualismo: mente(anima)-cervello, in un modo totalmente nuovo.
Le vittime d'incidenti o malattie cerebrali dimostrano in modo inequivocabile quanto il concetto di realtà, esterna o interna, possa essere soggettivo e fragile. Vi sono lesioni seppur minime che colpiscono il Sistema Nervoso Centrale che sono in grado di impedire ad una persona di sentire qualunque emozione, di prendere delle decisioni sensate, di ricordare i propri errori e di mantenere un contegno socialmente accettabile. Eppure all'apparenza questi pazienti sono normali, intelligenti e capaci di rispondere a tono e con precisione alle domande che vengono loro rivolte.
In questi casi è difficile non interrogarsi su che cosa sia precisamente la mente dell'uomo, su che cosa ci renda davvero quello che siamo, su dove - se esista poi un luogo preciso - si trovi il senso del sé. Paradossalmente le frontiere più avanzate della neurobiologia potrebbero fornire quelle prove, a lungo cercate, dell'esistenza o meno di quello che la psicoanalisi definisce inconscio.

Le elaborazioni computerizzate delle immagini di un cervello malato sono sempre impressionanti. Sappiamo, ad esempio, che una piccola regione della corteccia cerebrale frontale è invasa dal sangue e il suo metabolismo aumenta quando un nostro simile pensa qualcosa di triste e malinconico. Nello stesso momento in cui l'umore precipita, la visione del mondo e le prospettive future si fanno nere, anche il senso della realtà cambia completamente. Una lesione o l'iperattività di una qualsiasi parte del nostro cervello può dunque modificare i caratteri della nostra mente, della nostra personalità e della nostra "anima"? 
La risposta è molto probabilmente si.
Tutto è incominciato dallo studio della memoria e dei suoi disturbi. Secondo Antonio Damasio, neurologo dell'Università dello Iowa, che nel XXXX ha scritto "L'errore di Cartesio", la mente è davvero materia, come sostenuto da Democrito venticinque secoli or sono. Più precisamente la mente è un prodotto del cervello. In modo del tutto contrario al senso comune, le nostre qualità più profonde, come la capacità introspettiva e la coscienza, ed appunto la memoria, non sarebbero altro che il risultato di connessioni elettriche e del rilascio di molecole, in una precisa successione di contatti tra le cellule nervose. L'insieme delle impressioni ricevute dai cinque sensi, l'apprendimento e il linguaggio costituiscono la base su cui il cervello umano trasforma le sue idee in simboli. Questo processo a sua volta rappresenta la struttura primaria della mente umana e della memoria che rende ogni esperienza di ciascuno di noi così individuale e unica.

La memoria di un evento altro non sarebbe quindi se non la conservazione di un ricordo in una catena di cellule nervose in contatto tra loro. L'impulso elettrico che costruisce quel ricordo si estingue in pochi millisecondi, mentre il suo passaggio lascia una traccia permanente nel cervello. Una traccia che si rinforza, diventando più profonda, ogni volta che il ricordo viene richiamato. La cosa diventa un po' più complicata quando si scopre che lo stesso ricordo è scomposto in diversi frammenti. Esiste una memoria del colore, una del suono, una dell'immagine e così via, tutte separate tra loro, eppure tutte unite dall'associazione di migliaia di piccole cellule che si accendono e si spengono (ovvero aumentano e riducono la loro attività neuro-elettrica) in pattern di coordinazione non sempre identici. Così un profumo - le memorie olfattive sono tra le più forti che abbiamo - può evocare immagini ed emozioni inaspettate e far persino venire nuove idee.
Gli esseri umani possiedono una regione molto specializzata del cervello che è preposta a ricordare emozioni forti come la paura. Certamente anche per ragioni evoluzionistiche. I nostri antenati incapaci di ricordare il primo attacco di un predatore, non sarebbero sopravvissuti a quello seguente. La novità è che le emozioni sembrano cruciali perché la nostra memoria, e con essa il nostro pensiero, funzionino in modo normale. Ed ecco perché i traumi fisici o emotivi possono costruire o modificare la memoria in modo permanente. Forse per questo tutti quelli che hanno avuto un attacco d'ansia o hanno vissuto un'esperienza intensamente emotiva ricordano perfettamente dove si trovavano, cosa stavano facendo e persino come erano vestiti in quel momento. 

Le emozioni e la memoria diventano un elemento chiave nell'apprendimento e nelle decisioni da prendere. Come sostiene Damasio, "Non possiamo decidere chi sposare, che lavoro fare o dove andare a vivere, basandoci solo sulla razionalità e sul freddo intelletto", abbiamo bisogno di dare una connotazione affettiva alle nostre scelte, un'anima appunto. "La coscienza" continua Damasio " è una concezione che ognuno ha di se stesso, sulla base della propria esperienza, dell'immagine del proprio corpo e del senso del suo futuro più prossimo" e queste informazioni più molte altre convergono tra loro in stazioni di integrazione appositamente sistemate in tutta la corteccia cerebrale. Questo diffuso e ordinato chiacchierare è il punto di contatto tra res extensa e res cogitans. L'anima è lì, e non nell'epifisi, come postulato da Cartesio. L'anima è scomposta nelle miriadi di connessioni, nei torrenti elettrochimici che convergono in quello spazio quasi virtuale tra neurone e neurone, chiamato sinapsi. Del resto il fatto che la coscienza possa essere in quel processo di coordinazione simultanea di singoli frammenti percettivi è un'idea cara anche a coloro che, da Bertrand Russel in poi, hanno ritenuto che la mente umana potesse essere assimilata ad una macchina logica che funzionava principalmente sul linguaggio.

A pensarci bene è certo che le Neuroscienze hanno intrapreso un compito che va ben oltre l'astrazione filosofica dei rapporti mente e corpo, sfidando i dogmi che imponevano a un sistema logico - come il cervello umano - di non tentare di comprendere se stesso. Ci chiediamo se, lungo il cammino, sarà possibile modificare le idee che abbiamo, o che vorremo avere, di noi stessi nello stesso modo in cui, negli ultimi cinquecento anni, abbiamo accettato di cambiare le idee che avevamo del mondo intorno a noi.
Potremo infatti accorgerci, una volta arrivati in fondo, che al di là di una minuziosa descrizione della macchina uomo, c'è qualcosa che ci ancora sfugge. E a quel punto non ci rimarrà altro che iniziare un altro viaggio, molto più impegnativo.

Tratto da "Imperfezioni umane" -  di Luca Pani e Gilberto Corbellini (Rubbettino)


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