Cosa si impara da una malattia - L'esperienza di Daniele Barbone

25 marzo 2020

Focus

Cosa si impara da una malattia - L'esperienza di Daniele Barbone


Molto attuale in questo momento la riflessione del maratoneta Daniele Barbone tratta dal suo libro "Correre cambia la vita", Edizioni LSWR.

Oggi, dopo le ultime analisi, ho ricevuto questa mail: «Nel prendere visione di quanto emerso, consiglio mezza compressa al giorno per sei giorni alla settimana, e nulla la domenica. Le propongo un controllo tra circa tre mesi. È libero di riprendere l'attività sportiva precedentemente ridotta. Ci vedremo in visita con la sua medaglia di Tokio».

Una mail che da sola vale un premio!

La malattia può cambiarti la vita. Anche se guarisci.


La tennista Venus Williams


Prendiamo Venus Williams, una delle più grandi tenniste della storia. Nel 2011, al primo turno degli US Open, riuscì a battere in due set l'avversaria Vesna Dolonc. Uno dei primi punti del match fu ottenuto impattando, con un fantastico rovescio, una palla che sembrava fuori dalla sua portata.

In seguito affermò: «Quel colpo mi ha fatto perdere molta sicurezza. Metà delle mie energie le ho lasciate lì. Mi ricordo sempre di dire a me stessa: supera questo momento, sii tosta. Un sacco di volte ho dovuto far finta di stare bene quando in realtà ero in condizioni terribili».

Al secondo turno si ritirò. «Sono molto dispiaciuta di dover abbandonare gli US Open quest'anno. Recentemente mi è stata diagnosticata la sindrome di Sjögren, una malattia autoimmune, che risucchia energia fisica e provoca dolore e fatica. Mi sono divertita a giocare la mia prima partita qui e mi sarebbe davvero piaciuto andare avanti, ma ora non posso. Finalmente mi è stata fatta una diagnosi, adesso mi concentrerò per tornare in forma e giocare al più presto».

La risalita fu lenta, dovette rivedere stile di vita e tipo di gioco alla luce della sindrome che l'aveva colpita. Nel 2015 la rinascita: dopo circa quattro anni, riuscì a rientrare nella Top 10.


Il pilota Alex Zanardi


O ancora, il pilota automobilistico Alex Zanardi. 2001, Circuito del Lausitzring. Un testacoda, una vettura che gli arriva addosso perpendicolarmente spezzando l'auto in due e troncandogli di netto le gambe. Nonostante questo incidente, diversi arresti cardiaci, l'estrema unzione già ricevuta, si riprende. «Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa». Alex è riuscito a reinventarsi rimanendo sé stesso, si è perso e si è ritrovato. Qualche nuova avventura in auto, e poi la scoperta del paraciclismo, nel quale la bicicletta viene spinta con le mani invece che con i piedi.

Nel settembre 2016, alle Paralimpiadi di Rio, le Olimpiadi dedicate agli sportivi con disabilità, alla soglia dei cinquant'anni ottiene la medaglia d'oro. Un vincente nonostante tutto, Alex, prima che sulla pista nella vita. Perché «L'ambizione non basta, per vincere occorre passione».


Rinascere grazie alla tenacia

Dalla malattia ho imparato che l'uomo può rinascere molte volte nel corso della sua esistenza, e che la vittoria non sta tanto nel risultato quanto nella tenacia che mettiamo nel perseguirlo.

Dopo la malattia ho riscoperto il piacere della compagnia. Prima non ho mai voluto allenarmi con altri. Ero un lupo solitario, con la consapevolezza di essere parte di qualcosa di più grande di me. Sapevo benissimo di essere circondato e supportato da altre persone nelle mie avventure podistiche, che si trattava di un percorso condiviso, nel quale il risultato era merito tanto del gruppo quanto mio personale. Ma il gesto atletico, in particolare durante la preparazione, l'ho sempre concepito come atto individuale. Uscivo di casa e mi allenavo da solo, senza cercare confronto né conforto. Dopo la malattia ho sperimentato la gioia che scaturisce dall'allenarsi con gli amici. Ho condiviso con i miei nuovi compagni l'esperienza acquisita dopo anni di corsa, mentre loro mi hanno supportato e regalato la bellezza di ogni chilometro percorso insieme. Siamo andati più piano, ma siamo andati lontano. Insieme. Corro in mezzo a loro, sudo con loro, mi diverto con loro. Mi chiamano coach, ma la verità è che mi limito a restituire ciò che ricevo. Un piede dopo l'altro, un pezzetto di strada insieme sulla lunga strada che ci attende. In pochi mesi li ho portati a concludere la prima mezza maratona, e adesso alcuni di loro puntano alla maratona. Io, invece, mi sento più maturo. La consapevolezza di essere fragili può renderci ancora più forti. Non tutti però la pensano così.


I social

Nei primi tempi dopo la scoperta della malattia, ho deciso di iscrivermi ad alcuni gruppi su Facebook e su altri social, che riuniscono persone con la mia stessa sindrome. Credevo potesse essere utile, invece si è rivelata un'esperienza devastante. C'era il malato-guru che si picca di elargirti cure e consigli. Perché poi dovrebbe saperne più dei medici, non è dato di sapere. C'era il perfido compiacimento di chi affermava «La mia malattia è peggio della tua». Un altro tipo di gara, quella a chi ha i sintomi peggiori, le dosi maggiori di farmaci o è più vicino al punto di non ritorno, che nel nostro caso sarebbe un intervento chirurgico molto invasivo. C'era la cattiveria di chi criticava la mia decisione di continuare a essere un atleta, e per questo mi ha brutalmente insultato. Se vivi normalmente per loro sei sano, se vuoi stare nel gruppo devi comportarti da malato. «Sei un pessimo esempio» mi hanno detto. Mi hanno accusato di essere un troll, un mistificatore che metteva a rischio lo status quo, un disturbatore con l'unico intento di fomentare gli animi. Dopo pochi giorni mi hanno cacciato dalla loro comunità virtuale. Meglio così. Preferisco essere sano vivendo nel mondo reale, e grazie a questa esperienza ho trovato uno stimolo in più per guarire in fretta e bene.


Legame tra psiche e fisico

Ho re-imparato e ri-confermato che fisico e psiche sono strettamente collegati. Mai dividerli. È più semplice ascoltare il fisico, perché lancia dei segnali più potenti. Ma se facciamo attenzione, in silenzio, possiamo ascoltare e comprendere anche la nostra psiche. Lei è lì, e ci parla. E quando vogliamo curare il fisico, dobbiamo per prima cosa porci nella giusta condizione mentale. Solo così possiamo potenziare e rendere davvero efficaci le cure mediche. Senza questa consapevolezza non avrei ottenuto, negli ultimi sei mesi, una guarigione quasi completa. Adesso sono più ricco. Ho intrapreso un nuovo viaggio, una nuova esperienza. So bene che il nostro mondo può cambiare per eventi imprevedibili e incontrollabili, ma cosa fare in seguito è una scelta che spetta solo a noi.


Daniele Barbone

Correre cambia la vita
Edizioni LSWR



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