Le frontiere della ricerca su nutrizione e malattie neurodegenerative

10 maggio 2018

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Le frontiere della ricerca su nutrizione e malattie neurodegenerative



Una nutrizione appropriata può rappresentare un valido strumento di prevenzione e cura delle malattie neurodegenerative come l'Alzheimer, la malattia di Parkinson e, in generale, tutte le malattie connesse al decadimento cognitivo e al malfunzionamento del sistema nervoso centrale. Proprio per questo neurologi, nutrizionisti e geriatri sono alla costante ricerca di nuove risorse alimentari che sempre più spesso provengono dai Paesi tropicali.

Mucuna pruriens


Tra i nuovi studi sugli alimenti, quello sugli effetti benefici dei semi di Mucuna sui pazienti Parkinson, sta trovando una vasta applicazione in Africa e nei Paesi poveri. La Mucuna pruriens è un legume che cresce spontaneamente nei Paesi tropicali e contiene alte percentuali dell'aminoacido Levodopa, la molecola di prima scelta nel trattamento della malattia di Parkinson. «Con gli studi sulla Mucuna siamo riusciti a trovare un prodotto naturale e nutrizionale che sta cambiando il futuro del trattamento della malattia per milioni di malati non abbienti - spiega Gianni Pezzoli, Presidente Associazione Italiana Parkinsoniani -.  L'utilizzo della Mucuna, non autorizzato in Italia, rappresenta un'alternativa per i pazienti che vivono nei Paesi poveri e non possono sostenere i costi della terapia farmacologica».

Malattia di Parkinson


La sperimentazione nel campo della nutrizione nelle malattie neurodegenerative sta raggiungendo obiettivi rilevanti e nuovi studi dimostrano come i pazienti con malattia di Parkinson abbiano necessità di integratori nutrizionali di aminoacidi, vitamine (prevalentemente vitamina D) e omega 3, soprattutto durante la riabilitazione motoria. Nella ricerca sul rallentamento della progressione della malattia di Parkinson sono emerse nuove evidenze scientifiche che collegano l'attività del microbiota (l'insieme dei batteri che popola l'intestino) al rischio di sviluppare disturbi neurologici. «Il nostro gruppo di ricerca - spiega Roberto Cilia, neurologo del Centro Parkinson ASST G. Pini al CTO di Milano - ha recentemente studiato le caratteristiche del microbiota in una popolazione di quasi 200 pazienti con malattia di Parkinson (includendo anche pazienti in stadio iniziale e mai trattati con farmaci) e rari parkinsonismi atipici a confronto con oltre 100 individui sani. I nostri risultati non solo confermano l'ipotesi che il microbiota differisca significativamente tra pazienti e soggetti sani, ma anche che specifiche anomalie della flora batterica intestinale possano influenzare la progressione della malattia stessa».


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