Infarto, stop all’aspirina dopo un mese? Lo studio che cambia la terapia antiaggregante

22 ottobre 2025
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Infarto, stop all’aspirina dopo un mese? Lo studio che cambia la terapia antiaggregante



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Ridurre la terapia antiaggregante dopo un infarto potrebbe essere più sicuro di quanto si pensasse. I risultati dello studio TARGET-FIRST, pubblicato sul New England Journal of Medicine, indicano che nei pazienti a basso rischio sottoposti a rivascolarizzazione completa l'interruzione dell'aspirina dopo un solo mese, continuando con un inibitore P2Y12, non aumenta il rischio di eventi ischemici e dimezza quello di sanguinamento.


Lo studio che ridisegna le regole

Lo studio TARGET-FIRST, coordinato in Italia da Giuseppe Tarantini, direttore dell'Unità di Emodinamica e Cardiologia Interventistica del Policlinico di Padova, ha coinvolto 40 centri europei e 2.246 pazienti con infarto miocardico acuto. Dopo un mese di doppia terapia antipiastrinica senza complicanze, i pazienti sono stati assegnati a due gruppi: uno ha proseguito la doppia terapia per 11 mesi, l'altro è passato alla monoterapia con inibitore P2Y12.


Meno sanguinamenti senza rischi ischemici

L'endpoint primario (morte, infarto, trombosi di stent, ictus o sanguinamento maggiore) è risultato simile nei due gruppi: 2,1% dei pazienti con monoterapia e 2,2% di quelli con doppia terapia. Ma sul fronte della sicurezza il vantaggio è stato netto: i sanguinamenti maggiori o moderati si sono dimezzati nel gruppo in monoterapia (2,6% contro 5,6%), con una riduzione del 50% del rischio emorragico. L'incidenza di trombosi di stent è rimasta bassa e simile nei due gruppi.


Verso una cura personalizzata

"Personalizzare la cura post-infarto e ridurre la durata dell'aspirina porta a un crollo degli eventi emorragici senza aumentare i rischi ischemici" ha commentato Tarantini. "È un passo avanti che conferma il valore dell'approccio di rivascolarizzazione completa e tempestiva".

Ogni anno in Italia si registrano oltre 100mila nuovi casi di infarto. Grazie alle terapie attuali la sopravvivenza a 30 giorni è del 93%, ma nei casi più gravi la mortalità resta intorno al 4%. Secondo i ricercatori, strategie di trattamento più brevi e mirate, come quella proposta dal TARGET-FIRST, potrebbero migliorare ulteriormente gli esiti e ridurre le complicanze a breve e medio termine.

Fonte: Cardiologia33




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