Allergie alimentari: quando diventano pericolose e come curarle

28 aprile 2026
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Allergie alimentari: quando diventano pericolose e come curarle



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Basta un boccone al ristorante, un dolce a casa di amici, un piatto preparato senza sapere cosa contiene. Per chi ha un'allergia alimentare grave, ogni pasto fuori casa può diventare un rischio reale. In Italia si stima che almeno il 4-5% della popolazione soffra di allergia alimentare e che uno su dieci tra questi sia a rischio di shock anafilattico, la reazione più grave e potenzialmente fatale. Ma oggi esistono strumenti diagnostici precisi e percorsi terapeutici, inclusa la desensibilizzazione, che possono cambiare radicalmente la qualità di vita di chi convive con questa condizione. Ne parliamo con il professor Cristiano Caruso, direttore della UOSD di Allergologia e Immunologia Clinica del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS.


Cos'è l'allergia alimentare

«Con il termine di allergia alimentare si intende una reazione avversa causata da una risposta immunitaria specifica e ripetibile a un determinato alimento», spiega il professor Caruso, Segretario alla Presidenza della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC).

Non è una semplice intolleranza - che è un meccanismo diverso, non immunologico - ma una risposta del sistema immunitario che si attiva ogni volta che l'organismo entra in contatto con quell'alimento.

Colpisce più frequentemente i bambini rispetto agli adulti. In Italia i cinque allergeni più comuni sono latte, uova, arachidi e frutta secca, crostacei e pesce. Rientrano tra gli allergeni rilevanti anche le Lipid Transfer Protein (LTP), proteine presenti in frutta, ortaggi, frutta a guscio, semi e cereali. Sono particolarmente concentrate nella buccia delle Rosacee (pesca, mela, pera) e possono scatenare reazioni sistemiche anche gravi, fino all'anafilassi.


Cos'è lo shock anafilattico e come si riconosce

Lo shock anafilattico è la forma più grave di reazione allergica. Si manifesta rapidamente, in secondi o minuti, dopo l'ingestione dell'alimento responsabile e coinvolge più organi contemporaneamente.

I sintomi possono includere prurito intenso ai palmi delle mani e alle piante dei piedi, orticaria, gonfiore a labbra e lingua, nausea, vomito, dolori addominali, difficoltà respiratoria progressiva e un brusco calo della pressione arteriosa.

«In assenza di intervento immediato», avverte Caruso, «lo shock anafilattico può essere fatale nel giro di pochi minuti».


Cosa fare in emergenza

La velocità di risposta è tutto. Di fronte a una reazione allergica grave, il primo passo è chiamare il numero di emergenza sanitaria. Chi ha già avuto una reazione anafilattica e ha con sé un auto-iniettore di adrenalina deve somministrarselo per via intramuscolare non appena compaiono i segni clinici, senza aspettare che la situazione peggiori.

Nel frattempo, la persona va messa in posizione supina con le gambe sollevate, per contrastare il calo di pressione e mantenere un flusso sanguigno adeguato al cervello. Non va lasciata sola fino all'arrivo dei soccorsi. Le cure proseguiranno poi in pronto soccorso e, se necessario, in terapia intensiva.


Come si arriva alla diagnosi

Dopo una reazione allergica grave, non si va immediatamente dall'allergologo. «È importante attendere 4-6 settimane», spiega Caruso, «per consentire al sistema immunitario di stabilizzarsi». Solo allora si avvia il percorso diagnostico.

La valutazione inizia con un'anamnesi allergologica accurata: occorre ricostruire nel dettaglio che cosa è successo, cosa è stato mangiato e in quali circostanze. Seguono poi esami del sangue mirati. Per il latte si cercano IgE specifiche per alfa-lattoalbumina, beta-lattoglobulina e caseina; per l'uovo per ovoalbumina e ovomucoide; per frutta secca e prodotti del mare si ricorre all'allergologia molecolare, che identifica le proteine specifiche responsabili e permette una stratificazione del rischio più precisa.

I prick test completano il quadro: si applica una goccia di estratto dell'alimento sospetto sulla cute, poi si effettua una piccola puntura superficiale. In caso di allergia compare un pomfo rossastro nel sito di applicazione. Vanno eseguiti dopo aver sospeso antistaminici e cortisonici da almeno 7-10 giorni.


La desensibilizzazione: come funziona

Per chi ha un'allergia alimentare grave, evitare l'alimento per tutta la vita è la strategia di sicurezza immediata. Ma non è l'unica opzione disponibile.

La terapia desensibilizzante prevede la somministrazione quotidiana di dosi crescenti dell'alimento responsabile, prima diluite in acqua per via sublinguale, poi intere per via orale, fino a raggiungere una dose di mantenimento equivalente al consumo medio giornaliero. Al termine del percorso, l'organismo ha imparato a tollerare l'alimento. Per mantenere questo stato di tolleranza, è però necessario continuare ad assumerlo almeno due-tre volte a settimana.

Il percorso si svolge in ambulatori specializzati, sotto supervisione medica. Le prime somministrazioni di ogni nuova dose avvengono in ambiente protetto, con personale esperto pronto a intervenire. Non è un trattamento per tutti: prima di avviarlo è necessaria una valutazione approfondita del profilo di rischio del paziente, inclusa la presenza di asma, dermatite atopica o altri fattori che possono complicare il percorso.


La ricerca: nuovi farmaci per l'allergia alle arachidi

L'allergia alle arachidi è tra le più difficili da gestire e quella con il maggiore impatto sulla qualità di vita, soprattutto nei bambini. Sono in corso trial clinici di fase 3 con nuovi farmaci biologici mirati, tra cui gli inibitori della tirosin-chinasi di Bruton (BTK) come il remibrutinib. Il Policlinico Gemelli è uno dei soli due centri italiani coinvolti in questi studi, in virtù del suo ruolo di centro di riferimento nazionale e internazionale per le allergie alimentari.


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