Tumore ovarico: i sintomi da non ignorare e perché la diagnosi precoce fa la differenza
Gonfiore addominale, senso di peso, dolore pelvico, alterazioni intestinali o bisogno frequente di urinare: sono segnali che molte donne tendono ad attribuire a disturbi comuni, rimandando il medico. Eppure, nel caso del tumore ovarico, riconoscerli in tempo può cambiare radicalmente la prognosi. È questo il messaggio centrale lanciato dagli specialisti in occasione della Giornata mondiale del tumore ovarico che si festeggia oggi 8 maggio, durante la quale è stata presentata la prima Agenda nazionale di impegno per le donne con questa diagnosi, promossa dalla campagna Insieme di Insiemi.
"Il tumore ovarico non è tra i più frequenti, ma resta una malattia molto grave: ogni anno in Italia colpisce circa 5.500 donne, quasi 15 al giorno", spiega Sandro Pignata, oncologo medico dell'Istituto nazionale tumori Fondazione Pascale e coordinatore della Rete oncologica campana. L'incidenza è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi anni, con un lieve calo recente.
Il problema principale è la vaghezza dei sintomi iniziali, facilmente confondibili con disturbi gastroenterologici o urologici. "Purtroppo l'80% dei casi viene diagnosticato in fase avanzata", sottolinea Pignata. "Quando una donna percepisce qualcosa di diverso nel proprio corpo è sempre opportuno consultare un medico ed eventualmente sottoporsi a un'ecografia o a una visita ginecologica." Un ritardo che ha conseguenze pesanti: nonostante i progressi della ricerca, oltre il 40% delle donne colpite dalla malattia non sopravvive a cinque anni dalla diagnosi.
Non bisogna aspettare che i segnali diventino forti o invalidanti. Secondo Anna Fagotti, direttrice dell'Unità di Ginecologia oncologica del Policlinico Gemelli, non ci si deve affidare solo a visite generiche o esami come la colonscopia: il punto di riferimento deve essere il ginecologo, preferibilmente con esperienza in oncologia ginecologica. Gli esami più utili in prima battuta sono l'ecografia pelvica e quella addominale, strumenti fondamentali per individuare precocemente eventuali anomalie ovariche. Intercettare il tumore nelle fasi iniziali consente di eseguire interventi chirurgici più efficaci e di associare terapie mirate con maggiori probabilità di successo.
Circa il 20% delle pazienti ha una predisposizione ereditaria alla malattia. I geni più noti sono BRCA1 e BRCA2, già associati al tumore della mammella, ma la ricerca ne ha identificati molti altri. Conoscere il proprio profilo genetico può consentire strategie preventive prima ancora che la malattia si sviluppi, aprendo nuove possibilità per la prevenzione personalizzata.
La cura richiede chirurgia altamente specializzata e terapie sempre più personalizzate in base alle caratteristiche molecolari del tumore. "È fondamentale che le pazienti vengano seguite in centri esperti, in grado di garantire tutto il percorso diagnostico e terapeutico nel modo migliore possibile", avverte Pignata. L'obiettivo dichiarato è ambizioso ma concreto: "Vorremmo che entro il 2030 quasi nessuna donna scegliesse il centro di cura per caso. Servono percorsi organizzativi chiari all'interno delle Regioni, affinché le pazienti vengano indirizzate rapidamente verso strutture competenti."
Un messaggio che riassume lo spirito dell'intera giornata: "Questa malattia non può aspettare."
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